Nato a Palermo (via Castrofilippo) il 20 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale,
e da Luisa Bentivegna, Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università di Palermo nell'anno 1961, discutendo con lode una tesi sull' "Istruzione probatoria in diritto
amministrativo". Era stato prima, dal '54, allievo del Liceo classico "Umberto"; e quindi aveva compiuto una breve esperienza presso l'Accademia navale di Livorno.
Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto
procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l'inclinazione e l'attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire,
"era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava", nel contrasto con certi meccanismi "farraginosi e bizantini" particolarmente accentuati in campo civilistico.
A Palermo, all'indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a
lavorare all'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio '80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità
statunitense, e che, d'altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa - ucciso poi nel giugno successivo - ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di
ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre
oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la "raffica delle
assoluzioni".
Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì
Antonino Caponnetto, il quale riprese l'intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a
queste indagini, il cosiddetto "pool antimafia", sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso
Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l'inchiesta sull'omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.
Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della
struttura dell'organizzazione Cosa nostra, l'interrogatorio iniziato a Roma nel luglio '84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della
Criminalpol, del "pentito" Tommaso Buscetta.
I funzionani di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono
uccisi nell'estate '85. Fu allora che si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie
presso il carcere dell'Asinara.
Si giunse così - attraverso queste vicende drammatiche - alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo
maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasei giorni di riunione in camera di consiglio.
L'ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall'Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima.
Gli avvenimenti successivi risentirono con tutta evidenza in senso negativo di tale successo. Nel gennaio il
Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell'Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l'incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a
sè‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell'ambito dell'Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini
antimafia. In seguito alle confessioni del "pentito" catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti (comunemente nota come "blitz delle Madonie"), Il magistrato
inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all'Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati
sarebbero stati commessi in quella giurisdizione. La Cassazione, allo scorcio dell'88, ratificò l'opinione del consigliere istruttore, negando la struttura unitaria e verticisti delle
organizzazioni criminose, e affermando che queste, considerate nel loro complesso, sono dotate di "un ampia sfera decisionale, operano in ambito territoriale diverso ed hanno preponderante
diversificazione soggettiva". Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l'esperienza di Palermo aveva inteso superare. Il 30 luglio Falcone richiese di essere
destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l'accusa d'aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino
aveva previsto fin dall'estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.
Su tutta questa vicenda del resto, nel giugno '92, durante un dibattito promosso a Palermo dalla rivista
"Micromega", Borsellino ebbe a ricordare: "La protervia del consigliere istruttore Meli l'intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a
Falcone di continuare a lavorare con impegno". Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell'88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph
Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata "lron Tower": grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di
eroina.
Il 20 giugno '89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell'Addaura presso Mondello; a proposito del quale
Falcone affermò "Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti
di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno
spinto qualcuno ad assassinarmi". Seguì subito l'episodio, sconcertante, del cosiddetto "corvo", ossia di
alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall'Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto
D. Sica.
Una settimana dopo l'attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso
la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio '90 egli coordinò un'inchiesta che portò all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l'avvio dalle
confessioni del "pentito" Joe Cuffaro' il quale aveva rivelato che il mercantile Big John, battente bandiera cilena, aveva scaricato, nel gennaio '88, 596 chili di cocaina al largo delle coste di
Castellammare del Golfo.
Nel corso dell'anno si sviluppa lo "scontro" con Leoluca Orlando, originato dall'incriminazione per calunnia
nei confronti del "pentito" Pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima. La polemica proseguì col ben noto argomento delle "carte nei cassetti": e che Falcone ritenne
frutto di puro e semplice "cinismo politico".
Alle elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone, fu candidato per
le liste "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88" (nella circostanza collegate), con esito però negativo.
Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l'allora procuratore P. Giammanco - sia sul piano valutativo, sia su
quello etico, nella conduzione delle inchieste - egli accolse l'invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, C. Martelli, che aveva assunto l'interim del Ministero di grazia e
giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi l'onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva
così un periodo - dal marzo del 1991 alla morte - caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l'azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Falcone si
impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento
tra le varie procure. A quest'ultimo riguardo, caduta l'ipotesi iniziale, di affidare il delicato compito alle procure generali, la costituzione di procure distrettuali facenti capo ai
procuratori della Repubblica parve la soluzione più idonea. Ma si poneva altresì l'istanza di un coordinamento di livello nazionale. Istituita nel novembre del '91 la Direzione nazionale
antimafia, sulle funzioni di questa il giudice dunque si soffermò anche nel corso della sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo '92. "Io credo - egli chiarì in tale circostanza,
secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale "L'Espresso" (7 giu. '92) - che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento
delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di
supporto e di sostegno per l'attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia".
La sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura,
il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio. Frattanto - giova ricordarlo - una sentenza della prima sezione
penale della Corte suprema di cassazione il 30 gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente (relatore Schiavotti) aveva riconosciuto la struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la
responsabilità dei componenti della "cupola" per quei delitti compiuti dagli associati, che presuppongano una decisione al vertice; inoltre aveva ribadito la validità e l'importanza delle
chiamate in correità.
Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta
Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All'esecrazione dell'assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l'impegno
del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.
(Profilo biografico tratto dal sito della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone )
"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli
ostacoli, i pericoli o le pressioni.
Questa è la base di tutta la moralità umana."
(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)
Domenico Cilione, nato a Reggio Calabria nel 1968, attualmente vive e lavora a Milano . E’ stato Delegato di
numerose associazioni per i diritti dei bambini; componente di commissioni di vigilanza e fondatore di direttivi di associazioni di promozione sociale ; responsabile gruppo di lavoro tematico
provinciale Beni confiscati di Libera a Reggio Calabria. E’ stato Relatore nel Seminario “La mafia restituisce il maltolto: beni confiscati e lotta alle mafie”, a Villa San Giovanni (RC) nel 2005
e nel 2006 Relatore presso La Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali della Facolta' di Giurisprudenza di Reggio Calabria, agli incontri sul diritto dell'antimafia e l'utilizzazione
sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata: <<L'uso sociale dei beni confiscati – la situazione in provincia di Reggio Calabria e l’esperienza della cooperativa La Valle del
Marro>>.
Prima parte
Scrivere di mafie non è facile, scrivo con i miei limiti, appassionato della tematica del riutilizzo sociale di
beni confiscati alle che ho avuto modo di conoscere grazie a Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, presieduta da Don Luigi Ciotti .
Sulle origini della ‘ndrangheta si sono fatte molte ipotesi. Il nome farebbe pensare ad un etimo greco. Il
linguista Paolo Martino sostiene che ‘ndrangheta, deriverebbe dal greco classico, quello parlato nella zona di Bova, in provincia di Reggio Calabria, e precisamente da andragathos che significa
uomo coraggioso, valente1. In molte zone del reggino il verbo andragatizomai 2, significa assumere atteggiamenti mafiosi, spavaldi, valorosi. Già nel periodo della Magna Grecia, individui valenti
e coraggiosi avevano dato vita alle cosiddette hetairiai, associazioni di cittadini, in parte segrete, che non di rado conseguivano i loro obiettivi con l’intimidazione e l’eliminazione fisica
degli avversari. In un documento cartografico risalente al 1595 si è scoperto che una vasta area del Regno di Napoli, comprendente parti delle attuali regioni della Campania e della Basilicata,
era nota come Andragathia region, terra abitata da uomini valorosi. In Calabria la ‘ndrangheta, o meglio un’organizzazione criminale con tratti simili a quelli che oggi caratterizzano la mafia
calabrese, ha cominciato a farsi notare all’interno del processo che accompagna la formazione dello stato unitario. Sono proprio l’onore e la vendetta ad ispirare la leggenda che fa da sfondo
alla ‘ndrangheta come mentalità e comportamento individuale e poi come organizzazione criminale diretta a praticare la violenza organizzata. Si narra che nel Seicento, su una nave partita dalla
Spagna si erano imbarcati tre nobili cavalieri costretti a fuggire per aver lavato nel sangue l’onore di una sorella sedotta. Sbarcati sull’Isola di Favignana, Osso, votandosi a San Giorgio,
decide di rimanere in Sicilia dove fonda la mafia, Mastrosso, devoto alla Madonna, si trasferisce in Campania dove organizza la Camorra, mentre Carcagnosso, con l’aiuto di San Michele Arcangelo,
punta sulla Calabria dove da vita alla ‘ndrangheta (non è quindi un caso, se il 15 agosto 2007 nelle tasche di una delle vittime della strage di Duisburg, viene trovato un santino bruciato,
indicatore inequivocabile di un recente rituale di affiliazione) . Nel caso della ‘ndrangheta calabrese il modello organizzativo dell’organizzazione criminale ricalca quello delle società
patriarcali, si tratta di una organizzazione di tipo orizzontale basata su legami parentali a differenza della mafia siciliana che ha una organizzazione di tipo verticale , non è quindi un caso
se nella ‘ndrangheta vi sono solo pochi pentiti, proprio per questi legami parentali e patriarcali all’interno dell’organizzazione criminale. 3La famiglia, detta anche ‘ndrina o cosca, è la
cellula primaria della ‘ndrangheta. Essa è formata dalla famiglia naturale del capo-bastone, alla quale se ne aggregano altre, non di rado sempre con qualche grado di parentela, formando così il
locale, cioè una entità territoriale di almeno 49 affiliati, quasi sempre coincidente ad un ambito territoriale locale quale un quartiere o una zona di una città. Ogni locale, è diretto da una
terna di ‘ndranghetisti” detta “copiata”, quasi sempre rappresentata dal capo- bastone, dal contabile e dal capo crimine. La copiata deve essere dichiarata ogni qualvolta un affiliato si presenta
in un locale diverso da quello di appartenenza oppure qualora venga richiesta da un affiliato gerarchicamente superiore. Il contabile, oltre alle finanze e alla divisione dei proventi, si occupa
della c.d. baciletta, cioè della cassa comune dove affluiscono i proventi dell’attività criminale, mentre il capo crimine è responsabile della pianificazione e dell’esecuzione di tutte le azioni
delittuose. Sia il contabile che il capo crimine devono sempre agire ottemperando alla disposizioni del capo-bastone. Ogni capo-bastone ha potere di vita e di morte sui suoi uomini ed ha diritto
all’obbedienza assoluta. Ma la ‘ndrangheta così come tutte le mafie in una sorta di contraddizione che coglie i suoi aspetti nell’arretratezza culturale e nell’arcaicità, si è globalizzata,
abbandonando i sequestri di persona per controllare i traffici mondiali di sostanze stupefacenti, investendo nella sanità, nel traffico dei rifiuti, nella grande distribuzione commerciale,
acquistando un ruolo imprenditoriale e quindi anche soggettività politica. Una nuova dimensione del fenomeno che si è modellato sulle pieghe della società, non solo calabrese ma anche e
soprattutto moderna. Un nuovo soggetto criminale moderno con una nuova borghesia mafiosa, inserita nei salotti buoni della società e dell’economia mondiale. 4 Ammonta a quasi 44 miliardi di euro
il giro d’affari della ‘ndrangheta stimato dall’ Eurispes per il 2007. Un fatturato fuorilegge pari al 2,9% del Prodotto Interno Lordo italiano, attestato per il 2007 a 1.535 miliardi di euro. La
società con il più grosso giro d’affari del mondo! Un dato quello del fatturato che risulta ancora più allarmante se messo a confronto con il PIL di alcuni paesi europei: il giro d’affari della
ndrangheta holding è ad esempio equivalente alla somma della ricchezza nazionale prodotta da Estonia ( 13,2 miliardi di euro) e Slovenia. Il settore più remunerativo si conferma quello del
traffico di droga che determina introiti per 27.240 milioni di euro Una vera e propria holding del crimine come una società che detiene la maggioranza delle azioni di tante altre aziende
satelliti, un ruolo di primo piano assunto nell’ambito del mercato del traffico internazionale di stupefacenti. A completare il paniere criminale, i roventi illeciti derivanti dal mercato
dell’estorsione e dell’usura con 5.017 milioni di euro; il traffico di armi con 2.938 milioni di euro ed il mercato della prostituzione con 2.867 milioni di euro, una vera e propria Holding del
crimine.
Seconda parte: i codici della ‘ndrangheta
Nella maggior parte delle “culture orali”, la conoscenza e il sapere sono trasmessi attraverso formule, frasi,
proverbi, massime ed espressioni verbali, che vengono ripetuti nel tempo attraverso la trasmissione orale delle genti. La ‘ndrangheta, o meglio l’affiliato alla ‘ndrangheta ha originariamente
vissuto nel mondo della cultura orale, memorizzando attraverso l’udito, i relativi codici. Le operazioni di polizia hanno portato alla luce molti di questi codici e trascrizioni, dalla grafia
incerta e da persone semi analfabete, formule e riti attraverso i quali si entra nella ‘ndrangheta, in cui vengono distinti ruoli interni, regole di comportamento e sanzioni in caso di
infrazioni.
Il primo codice della ‘ndrangheta di cui si ha notizia è quello di Nicastro (prov. di CZ) nel 1888; esso
conteneva 17 articoli riguardanti gli obblighi e i doveri degli affiliati, le formule di giuramento e perfino una sorta di password per farsi riconoscere all’interno della relativa associazione
mafiosa e per distinguersi da altre. Il primo codice, invece, a finire nelle mani delle forze dell’ordine è quello di Seminara (prov. di RC) nel 1896. Tuttavia, ‘ndranghetisti non si diventava
solo per affiliazione e merito ma, pure per nascita. Nell’aprile del 2003, nel corso di un’intercettazione telefonica, la figlia di un boss della ‘ndrangheta ha ammesso che la propria
affiliazione è avvenuta per “discendenza”. I magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, in uno dei procedimenti penali nei confronti di un boss della ‘ndrangheta,
scrivono che << l’età minima per essere iniziati e diventare picciotti è di 14 anni, anche se prima di quell’età i figli degli affiliati vengono sottoposti ad una forma d’iniziazione a
seguito della quale si dice che è mezzo dentro e mezzo fuori>>. Ancora oggi, in relazione ai figli, le vecchie come le nuove generazioni di ‘ndranghetisti, conservano l’idea di far entrare
nell’organizzazione i propri figli maschi, chiamati “primo fiore”. Alcuni padri, davanti ai familiari e consoci, ponevano nelle mani del bambino appena nato, un coltello e una grande chiave
d’epoca. Se il bambino toccava il coltello sarebbe diventato un ‘ndranghetista, se toccava la chiave sarebbe diventato uno “sbirro”. Il coltello, infatti, simboleggiava la ‘ndrangheta, la chiave
la sbirraglia. In realtà la chiave veniva collocata un po’ più distante, in modo da non poter essere toccata (1).
Un’altra usanza era quella che il capo della “locale” andava a far visita al nascituro del proprio affiliato,
portava con sé una forbicina per tagliare le unghie al bambino. Era la prima forma di affiliazione: il bambino da quel momento diventava una “piuma”.
I giovani sono quindi reclutati per i loro vincoli parentali, ma anche per le loro capacità. Quando superano la
prova dell’affidabilità ( vengono monitorati, osservati, guardati ) diventano “contrasti onorati”, un pre-requisito per diventare “picciotto liscio”. Le affiliazioni sono dette in gergo “taglio
della coda” (2) e generalmente avvengono nel territorio di una “locale”, e in questo caso sono dette “ferro, fuoco e catene”, con riferimento al coltello che è l’arma propria degli affiliati,
alla candela che brucia l’immagine sacra durante il rito d’iniziazione ed al carcere che ogni affiliato dovrà essere in grado di sopportare. Quando l’affiliazione avviene in un luogo diverso,
come ad esempio il carcere, è definita “semplice”. Secondo le rivelazioni di alcuni pentiti, per entrare a far parte dell’organizzazione bisogna pungersi un dito o il braccio con un ago o un
coltello, facendo cadere qualche goccia di sangue sull’immagine di un santino ( quella di S. Michele Arcangelo) che poi è dato alle fiamme, in ossequio ad una suggestiva simbologia tesa a
garantire fedeltà e rispetto alla cosca ( Il 15 agosto 2007 nelle tasche di una delle vittime della strage di Duisburg, viene trovato un santino bruciato, indicatore inequivocabile di un recente
rituale di affiliazione - ndr). L’ammonimento del capo-bastone è impietoso: <<come il fuoco brucia questa immagine, così brucerete voi se vi macchiate di infamità; se prima vi conoscevo
come un “contrasto onorato” da ora vi riconosco come “picciotto”>>. Spesso sono i “ picciotti lisci” a reclutare i “contrasti onorati”. Nei piccoli paesini quelli che sanno “campare” si
notano subito. Il metodo per il reclutamento è la cooptazione. Si entra solo per chiamata diretta, senza concorsi, frequentando i “contrasti onorati”, però senza autocandidatura. Sono, infatti, i
”ragazzi lisci” ad adescare i loro coetanei e poi propongono la loro cooptazione ai superiori. Spesso si assumono la responsabilità di presentarli e portarli dentro l’organizzazione, ma devono
essere sicuri di puntare sulla persona giusta e, se il giovane proposto si rivelasse non adatto, la responsabilità sarebbe del proponente e scatterebbero le sanzioni che, la maggior parte delle
volte, porta all’eliminazione fisica degli “infami”. Nella ‘ndrangheta le colpe si dividono in “trascuranze” e “sbagli”. Le prime sono infrazioni di lieve entità, quasi sempre di carattere
informale e sono punite con la sospensione per un mese dalla “locale” o con il pagamento di una sorta di multa. Le seconde, invece vengono punite con la morte o, in subordine, con la “spoliazione
completa”, in altre parole privato della “veste” o “camicia” che simbolicamente e in senso metaforico è consegnata al momento dell’affiliazione. In caso di “spoliazione completa”, l’affiliato
viene degradato al ruolo di “contrasto senza onore”.
Il vincolo associativo si estingue solo con la morte, oppure con il tradimento, tuttavia, esistono dei casi,
anche se rarissimi, in cui un appartenente alla ‘ndrangheta può ritirarsi a vita privata, ma quando è concesso di ritirarsi in “buon ordine”, la persona che si ritira ha sempre l’obbligo “di
mettersi a disposizione”dell’organizzazione, in qualsiasi momento e per tutta la vita.
L’identikit della 'Ndrangheta
Se dovessi tracciare un identikit di questo fenomeno che è la 'Ndrangheta direi che è una associazione di
persone non solo giovane ma anche duttile. La Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, nel periodo compreso tra il 1999 ed il 2005 ha indagato per associazione a delinquere di stampo
mafioso 7.909 persone. Di queste, il 15, 42% aveva una età compresa tra i 18 e i 30 anni; il 43,58% tra i 31 ed i 45; il 29,42% tra i 40 e i 60 anni; il 10,11% tra i 61 e 75; e 1,45% aveva più di
76 anni.
Delle 7.909 persone gli uomini sono risultati 7.315 di cui 1.120 avevano una età compresa tra i 18 e i 30 anni,
pari al 15,31%; 3.185 tra i 31 e i 45 anni (circa il 43%) ; 2.159 tra i 40 e 60 anni (il 29.51%) ; 746 tra i 61 ed i 75 anni (10.19%) e 105 avevano più di 76 anni (1.03%) . Le donne erano
594.
Dall’analisi dei dati emerge pure che il 59% degli affiliati alla fine del 2005 aveva una età inferiore ai 45
anni. Tutto ciò conferma la facilità con la quale le ‘ndrine riescono a rinnovare le proprie fila.
Secondo il progetto del Gruppo provinciale interforze di Reggio Calabria, i gruppi criminali in Calabria
sarebbero circa 130 con circa 10.000 affiliati e, solo nella provincia di Reggio Calabria, i sospetti aderenti sarebbero circa 7.300 di cui 250 donne, una presenza di circa 200 cosche. Nella sola
provincia di Reggio Calabria ci sarebbero almeno 73 “locali”, 23 nel mandamento di centro, 26 in quello jonico e 24 in quello tirrenico. Nelle altre 4 provincie i “locali” i dati sarebbero almeno
63, di cui 15 nel catanzarese, 14 nel cosentino, 16 nel crotonese e 14 nel vibonese.
Nel rapporto tra affiliati ai clan e popolazione, la densità criminale in Calabria è pari al 27%, contro il 12%
della Campania, il10 % della Sicilia ed il 2% della Puglia. La Commissione Parlamentare Antimafia nel 2004 scrisse che “ la ‘Ndrangheta, nel suo insieme, è qualcosa di più di una congerie di
malfattori rurali, come superficialmente veniva considerata fino a pochi anni fa; è una tela di ragno che lentamente, ma inesorabilmente imprigiona le persone per poi incunearsi nelle
istituzioni…modella la sua efficienza sia attraverso la pratica della collusione che della corruzione, approfittando dei semplici rapporti di amicizia o parentali“.
Quella di Reggio Calabria, comunque, non è solo la provincia dove operano le cosche più potenti, ma anche la
più permeabile alla ‘Ndrangheta: 19 consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose dal 2001 al 2005 , 121 atti intimidatori ai danni di amministratori.
L’Eurispes, nel tentativo di concorrere ad un ulteriore approfondimento del fenomeno e di sviluppare delle
direttrici scientifiche entro cui muoversi per l’analisi delle sue principali dinamiche nel territorio calabrese, ha realizzato uno studio nel quale si è voluto evidenziare, partendo dal
monitoraggio e dalla valutazione di alcuni parametri di disagio sociale, il grado di fragilità e di permeabilità di un territorio rispetto ai tentacoli della ’Ndrangheta. L’Eurispes nello studio
dal titolo “L’evoluzione della criminalità organizzata in Italia nel periodo 1999-2003”, presentato in occasione del convegno “Mafia, Politica e Società”, organizzato da Dike, Bimestrale sulla
giustizia e la società evidenzia che il livello di violenza raggiunto in alcune aree regionali del Paese, in particolar modo nel corso delle numerose e cruente faide scoppiate tra cosche rivali,
si esprime con chiarezza nel numero degli omicidi registrati. Per quanto riguarda la sola Campania, la più rappresentata nella classificazione giudiziaria degli omicidi, si contano 311 assassini,
pari al 46,7% del dato complessivo nazionale. Sempre nello stesso periodo, in Calabria, la cui quota di omicidi è pari al 21,6% del totale nazionale, gli assassinii legati a motivi di ‘Ndrangheta
sono stati 144. A seguire Puglia (108 omicidi) e Sicilia (89 omicidi). A livello provinciale il territorio che fa registrare il più alto numero di omicidi per mafia è quello partenopeo: ben 234
morti in soli cinque anni. Segue un’altra provincia campana, Caserta, in cui, nel periodo preso in esame, sono state accertate 57 morti per motivi di camorra, a testimonianza della ferocia che
contraddistingue l’organizzazione criminale radicata in quest’area del Mezzogiorno; Foggia (46), Reggio Calabria (43) e Bari (38). Sul fronte del giro d’affari, l’Eurispes ha calcolato che
ammontano a quasi 43.000 milioni di euro gli introiti delle “quattro cupole” italiane. I maggiori proventi si hanno dal traffico di droga (25.926 milioni di euro), di imprese (7.489), traffico di
armi (5.219), prostituzione (2.241) ed estorsione ed usura (2.097). È la ’Ndrangheta a detenere il primato degli affari per quanto riguarda il traffico di droga (9.813 milioni di euro), seguita
da Cosa nostra (8.005), Camorra (7.230) e Sacra corona unita (878). Sul fronte della impresa (appalti pubblici truccati e compartecipazione in imprese in genere) è Cosa nostra ad avere la
leadership con un “fatturato” di 2.841 milioni di euro, seguita a ruota da Camorra (2.582) e ’Ndrangheta (2.066). Sulla prostituzione, l’organizzazione criminale calabrese riconquista il primato
con un giro d’affari di 1.033 milioni di euro, seguita da Sacra corona unita (775), Camorra (258) e Cosa nostra (176). Per quanto riguarda il traffico delle armi, invece, è la Camorra a
posizionarsi in cima alla graduatoria: 2.066 milioni di euro; seguono ’Ndrangheta (1.808), Cosa nostra (1.549) e Sacra corona unita (516). La mala calabrese balza nuovamente al primo posto per
estorsione e usura con un giro d’affari di 1.033 milioni di euro; un’attività che sembra poco interessante per le altre cupole, visto che a parecchie lunghezze di distanza seguono Camorra con 362
milioni di euro ed ex aequo Cosa nostra e Sacra corona unita con 351 milioni di euro. L’analisi Eurispes ha posto particolare attenzione al fenomeno della ’Ndrangheta che, rispetto alle altre
organizzazioni criminali, possiede una particolare capacità di ”riproduzione per clonazione” anche nei territori di non tradizionale vocazione mafiosa e mostra una rinnovata capacità di attrarre.
In particolare, nel distretto di Reggio Calabria, una delle aree storicamente più a rischio, si rileva un sempre maggior coinvolgimento di minorenni in reati di particolare gravità. Il massiccio
uso di minori da parte dell’organizzazione è spiegabile in due modi. In primo luogo, la ’Ndrangheta tende a difendere i propri capi delegando a persone che sono al primo grado della scala
gerarchica i compiti più a rischio. In secondo luogo, il fenomeno dipende dalla particolare struttura della ‘Ndrangheta, differente da quella delle altre organizzazioni criminali presenti in
Italia. Le azioni criminose direttamente riconducibili alle associazioni a delinquere di stampo mafioso sono per buona parte sommerse, perché spesso circondate dall’omertà ottenuta con minacce e
intimidazioni. Un’idea dell’impatto della ’Ndrangheta sul territorio può essere tuttavia fornita dai dati sulle denunce fatte alle Forze dell’ordine. Per quanto riguarda la distribuzione dei
reati sul territorio calabrese, dai dati delle diverse Forze dell’ordine emerge che, per tutti i crimini considerati, sono state sporte 1.752 denunce nel solo anno 2001: 263 per estorsione, 1.335
per produzione, detenzione e spaccio di stupefacenti, 81 per associazione a delinquere (delle quali 32 per associazione di tipo mafioso), 50 denunce per sfruttamento e favoreggiamento della
prostituzione e 23 per contrabbando. L’Eurispes, nel tentativo di concorrere ad un ulteriore approfondimento del fenomeno e di sviluppare delle direttrici scientifiche entro cui muoversi per
l’analisi delle sue principali dinamiche nel territorio calabrese, ha realizzato uno studio nel quale si è voluto evidenziare, partendo dal monitoraggio e dalla valutazione di alcuni parametri di
disagio sociale, il grado di fragilità e di permeabilità di un territorio rispetto ai tentacoli della ’Ndrangheta. Obiettivo principale dello studio è stato dunque quello di fornire alcune utili
indicazioni circa il rischio di penetrazione mafiosa cui sono esposti i cinque territori provinciali della Calabria. A tal fine è stato creato uno strumento ad hoc, l’indice IPM (Indice di
Penetrazione Mafiosa), (che potrà essere utilizzato e adattato anche ad altri contesti territoriali), in grado di suggerire, per quanto possibile, i recenti sviluppi del fenomeno e le dimensioni
che lo stesso sta assumendo e, cosa ancor più interessante, che potrà assumere nei contesti esaminati. Al fine di determinare una classifica del “livello di penetrazione mafiosa” delle
organizzazioni criminali nelle province calabresi è stato predisposto un sistema di attribuzione dei punteggi sulla base di alcuni indici che scaturiscono, come premesso, dalla valutazione
oggettiva e, per lo più, quantitativa di alcune variabili socio-economiche che caratterizzano un’area territoriale (tasso di disoccupazione, grado di fiducia nelle istituzioni, reati commessi e
assimilabili alle associazioni mafiose, casi di amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose, nonché atti intimidatori a danno di Amministratori locali). Dall’analisi dei dati
emerge che è la provincia di Reggio Calabria a far registrare il più alto rischio di penetrazione mafiosa, ottenendo un punteggio complessivo pari a 47,3 in virtù del fatto che conquista la vetta
della classifica provinciale in più occasioni: relativamente al più alto tasso di disoccupazione (29% al 2002), al più alto numero di casi di comuni sciolti per infiltrazione mafiosa (17 dal 1991
ad oggi) e di atti intimidatori ai danni di Amministratori locali (72 dal 2000 al 2002). Seguono i territori di Catanzaro, dove si registra il più basso livello di fiducia nelle istituzioni
(45,4%) e il più alto numero di reati commessi e assimilabili alle associazioni mafiose; Vibo Valentia, laddove alla sfiducia nei confronti delle istituzioni si accompagna una situazione
occupazionale tutt’altro che rosea (27% il tasso di disoccupazione), e Cosenza, nella cui area, nonostante l’elevato numero di manifestazioni mafiose rilevato (87,1 reati assimilabili alle
associazioni mafiose ogni 100.000 abitanti), sembra regnare un sostanziale clima di fiducia nelle istituzioni ai vari livelli (60,5%). In coda troviamo Crotone, il cui indice di penetrazione
mafiosa è pari quasi alla metà di quello rilevato per la provincia di Reggio Calabria (25,0 vs 47,3). Domenico Cilione
Con il termine camorra si indica l'insieme delle attività criminali organizzate, con una marcata presenza sul
territorio, che si sviluppano ed hanno le proprie radici in Campania, e che possono avere interessi anche al di fuori delle proprie zone d'origine.
Sebbene il termine sia usato per indicare la società criminale nata a Napoli nel XIX secolo e conosciuta anche
come Bella Società Riformata, oggi spesso si tende ad identificare con questo termine un'unica organizzazione criminale simile alla cupola mafiosa siciliana o ad altre organizzazioni di uguale
stampo. In realtà la struttura della camorra è molto più complessa e frastagliata al suo interno in quanto composta da molti clan diversi tra loro per tipo di influenza sul territorio, struttura
organizzativa, forza economica e modus operandi.
Inoltre le alleanze fra queste organizzazioni, qualora si possano considerare tali semplici accordi di non
belligeranza fra i numerosi clan operanti sul territorio, sono spesso molto fragili e possono sfociare in contrasti o vere e proprie faide o guerre di camorra, con agguati ed
omicidi.
Con il termine "camorra" a volte si indica anche un tipo di mentalità, che fa della prepotenza, della
sopraffazione e dell'omertà diffusa i suoi principali punti di forza. Il confine tra l'appartenenza ad un clan camorristico e il vivere in una mentalità camorristica diffusa, il più delle volte è
labile ed etereo e, in alcuni particolari ambienti sociali, una divisione netta tra le due cose potrebbe risultare non facilmente rilevabile.
In molti casi gli atteggiamenti di continuità con comportamenti camorristici riguardano anche professionisti,
imprenditori e politici, fino a generare, in diversi casi, contiguità e collaborazione continuata tra intere amministrazioni locali, imprenditorialità e la criminalità organizzata. Questo tipo di
commistione viene definito recentemente sistema, termine gergale degli ambienti criminali campani.
Varie sono le ipotesi sull'etimologia del termine camorra:
• Il termine deriva da gamurra ed è citato in un documento medievale, indicava un'organizzazione di mercenari
sardi al soldo di Pisa che controllava nel XIII secolo la Sardegna.
• La parola deriva da una giacca corta di tela rossa detta "gamurra". Tale indumento rimase in uso tra i
mercanti del Campidano sino al XIX secolo.
• La parola sarebbe connessa a "morra" che significa "raggruppamento di malfattori" inteso come "frotta" ma può
significare anche "rissa".
• La parola significa tassa sul gioco che bisognava pagare a chi proteggeva i locali per il gioco d'azzardo,
dal rischio di liti e di risse. Con questo significato compare in un documento ufficiale del Regno di Napoli nel 1735.
• La parola camorra deriverebbe, secondo qualche autore campano, da "ca murra" e cioè "capo della murra", nella
Napoli settecentesca il "guappo" di quartiere doveva risolvere le dispute tra i giocatori della murra (tipico gioco di strada).
• Camorra potrebbe rinviare alla parola morra, che in napoletano significa "gregge, gruppo, banda", per cui una
persona inserita in un gruppo solidale "sta c'a morra" (con la banda), mentre una persona non difesa da un gruppo è "fore morra" (fuori banda).
Le origini e la storia
Una delle ipotesi storiche vede la Camorra nascere e svilupparsi in periodo medievale nei quartieri bassi della
città portuale di Cagliari e intorno al XIII secolo, quando era necessario per Pisa che allora regolava la politica del luogo, controllare gli isolani ed evitare che questi potessero unirsi e
creare sommosse. Furono usate bande di vigilantes locali, mercenari isolani armati e decisi, il cui compito era quello di pattugliare i diversi borghi e mantenere così l'ordine
pubblico.
Tale gestione di potere passerà dalle mani dei governanti pisani a quelle dei governanti di Aragona:
protettorato, gabelle, gioco d'azzardo e tangenti forniranno loro le entrate necessarie per mantenere in piedi tale organizzazione malavitosa.
Attraverso i sardo-ispanici, questi gruppi lasciano Cagliari e raggiungono la Campania e ivi si stabiliscono
nel XVI secolo, durante la dominazione spagnola. A differenza delle altre organizzazioni criminali, diffuse soprattutto in campagna, la Camorra attecchisce velocemente in città, nei quartieri più
popolosi. Queste bande infatti commettevano illeciti ai danni delle povere persone del popolo, come raccontato in un documento dell'epoca:
« [...] cacciavano l'oro dai pidocchi [...] »
(dal libro "Potere camorrista" di Gigi Di Fiore)
Forte dell'assenza di uno Stato centrale forte, la Camorra finirà col prendere potere anche a livello politico,
influenzando la politica del Regno delle Due Sicilie.
La Bella Società Riformata
Uomini e donne della Camorra sfregiati (disegni del 1906).
Nel 1820 la “Bella Società Riformata” (cioè confederata) si costituì ufficialmente, riunendosi nella chiesa di
Santa Caterina a Formiello a Porta Capuana.
Per accedere all’organizzazione era previsto un vero e proprio rito di iniziazione definito “zumpata” o
dichiaramento che consisteva in una sorta di duello rusticano. Questo si spiega soprattutto con il fatto che i camorristi ebbero sempre l'ambizione di imitare i nobili. Impiegando il coltello
piuttosto che la spada cercavano di dimostrare il loro "valore" in questa sorta di scontri.
Le fasi preliminari della zumpata erano l'appìcceco, il litigio, il ragionamento, tentativo di composizione
della controversia, banchetto e poi duello. Se il combattimento all'arma bianca si poteva tenere in una qualsiasi zona affollata l’utilizzo di una pistola richiedeva, invece un luogo solitario.
Raffaele Cutolo più tardi, nella sua opera di "ristrutturazione" della Camorra organizzata, introdurrà rituali molto simili a quelli che Tommaso Buscetta dichiarerà per l'iniziazione del mafioso
all'interno della mafia siciliana.
In origine il sodalizio si occupa principalmente della riscossione del pizzo da alcuni dei numerosi
biscazzieri, che affollano le strade dei quartieri popolari di Napoli. Ben presto, però, conseguentemente all'unità d'Italia, il fenomeno dilaga e le estorsioni iniziano a danneggiare la quasi
totalità dei commercianti. Nonostante le violenze ed i crimini perpetrati, i camorristi godono della benevolenza del popolo al quale, in una situazione come quella post-unitaria di totale
disinteresse delle istituzioni per i problemi sociali, garantiscono un minimo di "giustizia".
Tra le principali fonti di risorse economiche della Camorra si ricordano:
1. Il “Barattolo” che era la percentuale di circa il 20% sugli introiti dei biscazzieri;
2. lo “Sbruffo” era, invece, la tangente su tutte le altre attività (dai facchini ai venditori
ecc.);
3. un particolare regime di tassazione per la prostituzione;
4. il gioco piccolo (una sorta di Lotto)
L'Unità d'Italia
Quando nel 1861, Garibaldi sbarcava in Sicilia, la Camorra ne approfittò per togliere l'appoggio ai Borboni, la
dinastia regnante, ed appoggiare quella sabauda, di lì a poco padrona della penisola. La "ricompensa" di questo cambio di rotta nella politica camorristica è saldata dal ministro dell'interno
Liborio Romano, che lascerà il controllo di Napoli alla Camorra durante la fase di transizione del regno, al fine di evitare possibili rivoluzioni incoraggiate dai Borboni in
esilio.
Ma il nuovo ministro degli interni del nuovo Regno d'Italia, Silvio Spaventa, rompe con la Camorra e cerca di
ripristinare la legalità ed estirpare il fenomeno. Ma la contemporanea estensione dello Statuto Albertino a tutta la penisola, che prevedeva il controverso obbligo di leva per i giovani, fece sì
che molti ragazzi, per sottrarsi alla chiamata, si dessero al brigantaggio, che divenne il sistema di reclutamento più veloce per la Camorra.
Solo nei primi del XX secolo, lo Stato riuscirà a reagire allo strapotere della cosiddetta Bella Società
Riformata, la quale tra i politici dell'Italia unita vantava solide amicizie. Nel 1911, nel processo tenutosi a Viterbo per l'omicidio dei coniugi Cuocolo, grazie alle confessioni del camorrista
pentito Abbatemaggio, vengono inflitte severe pene ai maggiori esponenti dell'organizzazione.
La sera del 25 maggio 1915, nelle Caverne delle Fontanelle, nel popolare rione Sanità, i camorristi, presieduti
da Gaetano Del Giudice, decretano lo scioglimento della Bella Società Riformata; in realtà la setta era già stata debellata nel processo Cuocolo.
La dittatura fascista e il dopoguerra
Mussolini, dittatore fascista a partire dal 1922, sottovalutò il fenomeno camorristica (mentre aveva
apertamente dichiarato guerra alla mafia siciliana), tanto che concesse la grazia a molti dei camorristi condannati a Viterbo, sicuro che nel nuovo assetto dittatoriale questi non avrebbero
costituito più un pericolo. In realtà, la Camorra restò in sordina, in attesa di tempi per lei migliori, ma non scomparve.
È nel secondo dopoguerra che la Camorra inizia ad assumere le caratteristiche riscontrabili attualmente. Il
soggiorno obbligato a Napoli, imposto dal governo degli U.S.A. al boss di Cosa nostra americana Lucky Luciano contribuì al superamento della dimensione locale del fenomeno ed all'inserimento dei
camorristi campani nei grandi traffici illeciti internazionali, quali il contrabbando di sigarette in collegamento con il clan dei marsigliesi.
Tuttavia, in questa fase, la Camorra non ha la struttura verticistica che la caratterizzava nei secoli
precedenti, né tanto meno ha un potere decisionale sugli affari che svolge con la mafia, per i quali molto spesso è solo un vettore e si presenta come una pluralità di famiglie più o meno legate
tra loro.
È ancora l'epoca della "Camorra dei campi" e dei mercati. Infatti, una delle figure di spicco del periodo è
Pascalone 'e Nola (Pasquale Simonetti, detto "Pasqualone" per il suo grosso fisico e "da Nola" per le sue origini), un camorrista che controllava il racket dei mercati generali di Napoli, la cui
uccisione sarà poi vendicata da sua moglie Pupetta Maresca (Assunta Maresca detta "Pupetta"), il cui processo penale avrà un'eco di livello nazionale.
La Nuova Camorra Organizzata
Negli anni settanta, dal carcere di Poggioreale, nel quale è rinchiuso per omicidio, Raffaele Cutolo (detto 'o
Professore perché uno dei pochi in carcere a saper leggere e scrivere) inizia a realizzare il suo progetto: ristrutturare la Camorra come organizzazione gerarchica in senso mafioso, sfruttando il
nuovo business della droga; nasce così la Nuova Camorra Organizzata (N.C.O.).
Lo strapotere raggiunto dalla NCO inizia a preoccupare le vecchie famiglie che si riuniscono sotto il nome di
Nuova Famiglia (NF), per portare guerra alla Camorra cutoliana. La guerra tra le due organizzazioni criminali è spietata e si conclude nei primi anni ottanta con la sconfitta della NCO. Le
vittime sono molte centinaia, tra esse anche molti innocenti. Ben presto anche la NF smette di esistere, per il venir meno della ragione che aveva spinto le famiglie all'alleanza. In questa fase
ci fu anche una connessione generata dal "Caso Cirillo" tra Camorra e Brigate Rosse.
Nel 1992 ci prova il boss Carmine Alfieri a dare alla malavita organizzata campana una struttura verticistica
creando la Nuova Mafia Campana (NMC), anch'essa scomparsa dopo poco tempo. Attualmente la Camorra si presenta come un'organizzazione di tipo orizzontale (con varie bande territoriali più o meno
in lotta tra loro) non verticistica.
Operazione "Partenope"
L'operazione "Partenope" nella quale vennero impiegati 500 soldati dell'esercito italiano iniziò il 18 febbraio
1994 e fu interrotta il 15 dicembre 1995. Ripresa il 14 luglio 1997 cessò definitivamente il 30 giugno 1998. L'operazione ebbe risvolti positivi ma, essendo di minor portata rispetto ad altre
missioni simili ("Operazione Vespri siciliani", "Operazione Riace", "Operazione Salento"), non riuscì a debellare il fenomeno camorristico, avendo comunque dei risultati nel ridurre la
microcriminalità nella città partenopea.
La Camorra è attualmente considerata una delle maggiori piaghe del meridione d'Italia, al tempo stesso causa ed
effetto di gran parte dei problemi socio-economici della Campania. Il suo potere, dovuto anche ad appoggi di tipo politico, le consente il controllo delle più rilevanti attività economiche
locali, in particolare modo nella provincia di Napoli. Oggi la Camorra conta migliaia di affiliati divisi in oltre 200 famiglie attive in tutta la Campania. Sono segnalati insediamenti della
Camorra anche all'estero, come in Olanda, Spagna, Portogallo, Romania, Francia, Repubblica Dominicana e Brasile.
I gruppi si dimostrano molto attivi sia nelle attività economiche (infiltrazione negli appalti pubblici,
immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio di denaro sporco, usura e traffico di droga) sia sul fronte delle alleanze e dei conflitti. Quando infatti un clan vede
messo in discussione il proprio potere su una determinata zona da parte di un altro clan, diventano molto frequenti omicidi e agguati di stampo intimidatorio. Grande risalto ha avuto negli anni
2004 e 2005 la cosiddetta faida di Scampia, una guerra scoppiata all'interno del clan Di Lauro quando alcuni affiliati decisero di mettersi in proprio nella gestione degli stupefacenti,
rivendicando così una propria autonomia e negando di fatto gli introiti al clan Di Lauro, del boss Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo 'o milionario. Ma questa faida non è l'unica contesa tra clan sul
territorio napoletano.
Numerose sono le frizioni e gli scontri tra le decine di gruppi che si contendono le aree di maggiore
interesse. A cavallo tra il 2005 e il 2006 ha destato scalpore nella cittadinanza e tra le forze dell'ordine la cosiddetta "faida della Sanità", una guerra di Camorra scoppiata tra lo storico
clan Misso del rione Sanità ed alcuni scissionisti capeggiati dal boss Salvatore Torino, vicino ai clan di Secondigliano; una quindicina di morti e diversi feriti nel giro di due
mesi.
Per quanto rigurda l'area a nord della città (quella da sempre maggiormente oppressa dai gruppi criminali), tra
i quartieri di Secondigliano, Scampia, Piscinola, Miano e Chiaiano, resta sempre forte l'influenza del cartello camorristico detto Alleanza di Secondigliano, composto dalle famiglie Licciardi,
Contini, Prestieri, Bocchetti, Bosti, Mallardo, Lo Russo Stabile e con gli stessi Di Lauro quali garanti esterni (molto spesso, infatti, gli uomini di "Ciruzzo 'o milionario", si sono interposti
tra le liti sorte fra le varie famiglie del cartello, evitando possibili guerre).
Per le zone centrali della città (centro storico, Forcella) resta ben salda l'alleanza tra i clan Misso, Sarno
e Mazzarella, che controllano praticamente tutta l'area ad est di Napoli, dal centro fino al quartiere periferico di Ponticelli, facilitati anche dalla debacle del clan Giuliano di Forcella, i
cui maggiori esponenti (i fratelli Luigi, Salvatore e Raffaele Giuliano) sono diventati collaboratori di giustizia. Nell'altra zona "calda" del centro di Napoli, le zone del quartiere
Montecalvario, dette anche "Quartieri Spagnoli", dopo le faide di inizio anni novanta tra i clan Mariano (detti i "picuozzi") e Di Biasi (detti i "faiano"), e tra lo stesso clan Mariano e un
gruppo interno di scissionisti capeggiato dai boss Salvatore Cardillo (detto "Beckenbauer") e Antonio Ranieri (detto "Polifemo", poi ammazzato), la situazione sembra essere tornata in un clima di
relativa normalità, grazie anche al fatto che molti boss storici di quei vicoli sono stati arrestati o ammazzati.
La zona occidentale della città non è da meno per quanto riguarda numero di clan e influenza sul territorio.
Tra le aree più "calde" si trovano il Rione Traiano, Pianura, Bagnoli e lo stesso quartiere Vomero, per anni definito quartiere-bene della città e considerato immune alle azioni dei clan, oggi
preda di almeno quattro clan in guerra tra loro e di orde di bande composte da ragazzini provenienti da altre zone della città, che si ritrovano di sera e di notte per compiere rapine e violenze
di ogni genere (fenomeno delle baby-gang). Da citare, il cartello denominato Nuova Camorra Flegrea, che imperversa a Fuorigrotta, Bagnoli, Agnano e Soccavo, ma che ha subito un duro colpo dopo il
blitz del dicembre 2005, quando vi furono decine di arresti grazie alle rivelazioni del pentito Bruno Rossi detto "il corvo di Bagnoli". A Pianura vi è stata in passato una violenta faida tra i
clan Lago e Contino-Marfella, che ha portato a numerosi omicidi, tra i quali quello di Paolo Castaldi e Luigi Sequino, due ragazzi poco più che ventenni uccisi per errore da un gruppo di fuoco
del clan Marfella, perché stazionavano sotto la casa di Rosario Marra, genero del capoclan Pietro Lago ed erano, quindi, "sospetti".
Nella provincia, numerosi sono i comuni in mano ai gruppi camorristici, non solo per quanto riguarda i campi
"classici" nei quali opera un clan mafioso (estorsioni, usura, traffico di droga), ma anche per quanto riguarda le amministrazioni comunali e le decisioni politiche (si vedano i numerosi comuni
sciolti per infiltrazioni camorristiche). Una delle zone più soggette al potere camorristico è il comprensorio vesuviano, zona che raccoglie paesi quali Castellammare di Stabia, Torre del Greco,
Torre Annunziata, Somma Vesuviana, San Giuseppe Vesuviano e San Gennaro Vesuviano.
Nelle altre province della regione, l'unica provincia che eguaglia Napoli per influenza della Camorra sul
territorio è sicuramente Caserta, in mano al gruppo dei Casalesi, un cartello criminale di portata internazionale (come riferito dalle ultime relazioni di DIA e DDA di Caserta e Napoli) gestito
dalle famiglie Schiavone e Bidognetti (che hanno ereditato il potere di Bardellino) e dalle altre famiglie alleate che fungono da referenti per le varie province.
Il 7 febbraio 2008 viene arrestato il boss Vincenzo Licciardi, tra i 30 latitanti più pericolosi d'Italia. Era
considerato il capo dell'alleanza di Secondigliano.[4]
Il ritorno al contrabbando di sigarette è dovuto ai recenti cambiamenti avvenuti all'interno di alcuni gruppi
di Camorra. in particolare l'attività è risorta nell'area nord di Napoli, dove opera il gruppo formato dai Sacco- Bocchetti- Lo Russo che, uscito dall'alleanza di Secondigliano, ha recuperato
parecchio spazio e deciso di investire in questa attività, visto che i canali della droga sono controllati da altri gruppi, in particolare quello degli Amato-Pagano.
A Napoli città il fenomeno è ancora limitato anche se in crescita, soprattutto nella zona dei Mazzarella
(Mercato e Case Nuove).
Struttura
La Camorra, attualmente, è organizzata in modo pulviscolare con un insieme di famiglie, pare siano 236 tra
città e provincia, che si uniscono e si dividono con grande facilità. Questa struttura, caratteristica della Camorra fin dal dopoguerra, fu sostituita solo in 2 occasioni e solo temporaneamente:
durante la lotta tra Nuova Camorra Organizzata (NCO) e Nuova Famiglia (NF) e durante la riorganizzazione della mafia napoletana in Nuova Mafia Campana (NMC).
Tutte le volte che si è tentato di riorganizzare la Camorra con una struttura gerarchica verticale si è preso
come modello Cosa Nostra. Questi tentativi sono sempre falliti per la tendenza dei capi delle varie famiglie a non ricevere ordini dall'alto. Per tale ragione è improprio parlare di Camorra come
un fenomeno criminale unitario e organico. Lo stesso termine Camorra, quale entità criminale unitaria, è fuorviante, data la natura estremamente frammentata e caotica della malavita
napoletana.
Economia
Secondo recenti dati forniti dall'Eurispes, sembra che la Camorra guadagni:
• 7.230 milioni di euro all'anno dal traffico di droga
• 2.582 milioni da crimini legati all'imprenditoria (appalti truccati, riciclaggio del denaro sporco,
ecc.)
• 258 milioni dalla prostituzione
• 2.066 milioni dal traffico di armi (il primato in questo campo va alla Camorra)
• 362 milioni dall'estorsione e dall'usura.
Il giro d'affari complessivo è di circa 12 miliardi e mezzo di euro.
A questo elenco va ora aggiunto lo smaltimento illegale dei rifiuti, sia industriali che urbani, attività
estremamente lucrosa che alcuni ritengono stia conducendo verso il progressivo degrado ambientale vaste zone di campagna nelle province di Napoli e Caserta, in primo luogo.
A titolo di esempio, che la campagna fra i comuni di Acerra, Marigliano e Nola, una volta rinomata in tutta la
penisola come fra le più verdi e fertili, è da taluni ora indicata con il termine di "triangolo della morte".
Istituzioni e Camorra [modifica]
Numerosi sono stati in passato i contatti tra i gruppi camorristici e la politica locale e
nazionale.
All'inizio degli anni novanta i pentiti Pasquale Galasso e Carmine Alfieri fecero dichiarazioni che misero
sotto accusa Antonio Gava, potente capo della corrente dorotea e dirigente della Democrazia Cristiana, successivamente assolto.
Secondo il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore, il 30% dei politici campani è colluso con la
Camorra.[5] Il dato incrementa notevolmente se si conta che, solo nella Provincia di Napoli, più di 70 comuni su 92 sono stati sciolti o interessati da provvedimenti per infiltrazioni
camorristiche, con pesanti condizionamenti sulla spesa pubblica e l'imprenditoria legata agli appalti.[6]
Sono stati sciolti per Camorra in Campania più di 70 comuni fino ad oggi.
Elenco parziale comuni sciolti almeno una volta Acerra (NA)
• Arzano (NA) (nel 2008)
• Afragola (NA) (nel 1999 e nel 2005)
• Boscoreale (NA)- sciolto due volte
• Brusciano (NA)
• Casandrino (NA) - sciolto due volte (una nel 1991)
• Carinola (CE)
• Casalnuovo (NA)
• Casapesenna (CE) - sciolto due volte
• Casola di Napoli (NA)
• Casoria (NA) (nel 1999 e nel 2005)
• Casal di Principe (CE) - sciolto due volte
• Casaluce (CE)
• Casamarciano (NA)
• Castelvolturno (CE)
• Castello di Cisterna (NA)
• Crispano (NA)
• Ercolano (NA)
• Frattamaggiore (NA)
• Grazzanise (CE) - sciolto due volte
• Liveri (NA)
• Lusciano (CE) - sciolto due volte
• Marano di Napoli (NA)
• Marcianise (CE)
• Melito (NA)
• Nola (NA) - sciolto due volte
• Ottaviano (NA)
• Orta di Atella (CE)
• Pagani (SA)
• Pignataro Maggiore (CE)
• Pimonte (NA)
• Poggiomarino (NA) - sciolto due volte
• Pomigliano d'Arco (NA)
• Pompei (NA) - sciolto due volte
• Portici (NA)
• Pozzuoli (NA)
• Quarto (NA)
• Quindici (AV)
• San Cipriano d'Aversa (CE)
• San Gennaro Vesuviano (NA) - sciolto due volte
• San Giuseppe Vesuviano (NA)
• San Paolo Bel Sito (NA) - sciolto due volte
• San Tammaro (CE)
• Sant'Antimo (NA)
• Sant'Antonio Abate (NA)
• Santa Maria la Carità (NA)
• Santa Maria la Fossa (CE)
• Terzigno (NA)
• Torre Annunziata (NA)
• Torre del Greco (NA)
• Tufino (NA)
• Villa di Briano (CE) - sciolto due volte
• Villa Literno (CE)
• Volla (NA)
Fatti principali
Faide
faida tra la NCO e la Nuova Famiglia: guerra che scoppiò dopo che le principali famiglie malavitose napoletane
decisero di confederarsi in un unico cartello denominato "Nuova Famiglia" per combattere lo strapotere di Raffaele Cutolo. Fu, di gran lunga, la più violenta per numero di morti ammazzati: nel
1979 si registrarono 71 omicidi; 134 l'anno successivo, 193 nel 1981, 237 nel 1982, 238 nel 1983, 114 nel 1984.
• faida tra i Giuliano e i Contini: combattuta nel 1984 tra il clan Giuliano e il nascente gruppo di Eduardo
Contini e Patrizio Bosti (condannati poi proprio per un duplice omicidio avvenuto nel contesto di questa faida, quello dei fratelli Gennaro e Antonio Giglio). Il tutto cominciò per una storia di
controllo di una bisca della zona dell'Arenaccia, storia che vide coinvolti Vincenzo Attardo, a cui per ritorsione fu tagliato un dito di netto, Vincenzo Avagliano, Gennaro Giglio, Antonio
Paglionico [7]
• faida di Quindici: faida decennale tra le famiglie Graziano e Cava del comune di Quindici, in provincia di
Avellino. Iniziata negli anni ottanta si protrae ancora oggi.
• prima faida di Castellammare: Umberto Mario Imparato contro Michele D'Alessandro. Questa faida portò a
diverse decine di agguati mortali, tra cui quello Michele D'Alessandro in cui morirono quattro suoi guardiaspalle (lui si salvò per miracolo) [8] in viale delle Terme a Castellammare di
Stabia.
• prima faida dei Quartieri Spagnoli: combattuta tra i clan Mariano, detti i picuozzi, e Di Blasi, detti i
faiano, alla fine degli anni ottanta; fu una delle guerre più cruente di quel periodo, gli agguati mortali furono diverse decine. [9]
• faida tra i Giuliano e l'Alleanza di Secondigliano: violento scontro avvenuto tra i due potenti gruppi nel
1990. Culminò con l'omicidio di Gennaro Pandolfi, dei Giuliano, e del figlio Nunzio Pandolfi, di appena due anni.
• faida tra i Gallo e i Gionta: combattuta durante tutti gli anni novanta e duemila tra i clan Gionta e il clan
Gallo di Torre Annunziata. A scatenare la faida, che continua tuttora, malgrado le inchieste della Procura antimafia e l’incessante lavoro degli investigatori, fu il duplice omicidio di Alfonso
Contieri e Nunzio Palumbo, affiliati ai Gallo, uccisi nel dicembre 1990, a cui fece seguito, pochi giorni dopo, l’agguato in cui persero la vita Giuseppe Caglione e Francesco De Angelis,
appartenenti al gruppo avversario.[10]
• faida di Pianura: svoltasi tra il 1991 e il 2000 tra i clan Lago, e i clan Contino e Marfella, alleati. Il
primo atto risale al 1991: il 21 aprile, in piazza Risorgimento, furono assassinati due spacciatori, Salvatore Fruttaoro e Salvatore Varriale. Dopo l'arresto e il pentimento del boss Giuseppe
Contino, a continuare l'opera è stato il boss Giuseppe Marfella. In questa seconda fase del conflitto è da inserire il duplice omicidio di Luigi Sequino e Paolo Castaldi, due ragazzi innocenti
ammazzati per errore.
• prima faida di Ercolano: guerra tra gli Esposito e gli Ascione; uscirono perdenti gli Esposito dopo l'agguato
mortale ai danni del boss Antonio Esposito.[11]
• faida tra i Misso e l'Alleanza di Secondigliano: faida portata avanti dal boss Giuseppe Misso e dai vertici
dell'Alleanza di Secondigliano. La situazione degenerò dopo il duplice omicidio di Alfonso Galeota e Assunta Sarno, moglie di Giueseppe Misso, nel 1992.
• seconda faida dei Quartieri Spagnoli: dopo la prima faida, che si concluse senza un vincitore netto, i
Mariano dovettero affrontare un gruppo di scissionisti al proprio interno guidati dai boss Antonio Ranieri (detto Polifemo, poi ammazzato) e Salvatore Cardillo (detto Beckembauer); questi ultimi
due furono seguiti da un nugolo di fedelissimi. La violenta faida che ne seguì portò di fatto alla dissoluzione dello stesso clan Mariano a seguito di numerosi omicidi, pentimenti e blitz con
decine di arresti negli anni 1993 e 1994.[12]
• seconda faida di Ercolano: faida decennale che vede coinvolti i clan Ascione e Birra. È una delle faide più
cruente in termini morti ammazzati. In ballo ormai non c’è più soltanto il controllo del territorio: la guerra di Camorra va avanti perché tra i malavitosi delle due famiglie c’è un odio profondo
e radicato. In questa guerra è rimasto coinvolto anche il clan Papale.[13]
• prima faida interna ai Casalesi: combattuta nella seconda metà degli anni '90 tra la famiglia Bidognetti e il
clan scissionista capeggiato da Antonio Cantiello. Vide il rogo di San Giuseppe, quando nella notte di San Giuseppe del 1997 fu incendiato il bar Tropical ad Ischitella (il cui gestore aveva
rifiutato, per ordine degli stessi Bidognetti, di installare all'interno dell'esercizio alcuni video-poker commissionati dalla famiglia Cantiello), in cui morì, bruciato vivo, il giovane
cameriere del locale, Francesco Salvo. [14]
• seconda faida interna ai Casalesi: scontro tra le famiglie del cartello e la fazione scissionista guidata dal
boss Giuseppe Quadrano (poi pentitosi) [15].
• faida tra i Licciardi e i Prestieri: conosciuta anche come la faida della minigonna, fu combattuta tra i clan
Prestieri e Licciardi e portò ad una ventina di morti in pochi mesi. Tutto cominciò infatti in una discoteca per una battuta di troppo tra due gruppi di giovani sul vestito troppo succinto di una
ragazza. I due gruppi di giovani appartenevano a clan di camorra, questo portò prima alla morte del giovane Vincenzo Esposito detto 'o principino, pupillo della famiglia Licciardi, e poi a quella
di numerosi affiliati dei Prestieri come ritorsione. [16]
• faida tra i Mazzarella e i Rinaldi: un tempo alleati, i Mazzarella da un lato, e dall’altro i Rinaldi,
famiglia storica del rione Villa di San Giovanni a Teduccio, fino al 1989 fedelissimi di Vincenzo Mazzarella e fratelli. Tutto filò liscio fino a quando Antonio Rinaldi, detto "’o giallo" non
cominciò ad essere troppo ingombrante e fu ucciso. Quest'agguato portò ad una guerra con decine di morti protrattasi fino ad oggi. In guesta guerra caddero anche Salvatore Mazzarella e Vincenzo
Rinaldi detto 'o guappetiello. [17]
• faida tra gli Altamura e i Formicola: conflitto violentissmo durato anni svoltosi nel territorio di San
Giovanni a Teduccio. Più che per motivi di predominio criminale, la faida è stata combattutta per rancori di tipo familiare. La guerra decapitò entrambe le famiglie, compresi i due boss (Luigi
Altamura e Bernardo Formicola), e si fece sempre più feroce.[18]
• faida tra i Cuccaro e i Formicola: guerra a cui sono riconducibili diversi episodi di sangue. Alla base dei
sanguinosi contrasti c’è l’agguato mortale contro Salvatore Cuccaro, potente numero uno della cosca familiare di Barra nonostante avesse soltanto 31 anni, avvenuto il 3 novembre del
1996.
• prima faida di Forcella: detta anche "faida tra la Forcella di sopra e la Forcella di sotto", fu uno scontro
interno al clan Giuliano che ebbe luogo a metà anni novanta; da una parte i figli di Pio Vittorio Giuliano, dall'altra i figli di Giuseppe Giuliano, Ciro Giuliano e Luigi Giuliano "'a
zecchetella" (cugino omonimo di "'o rre"). Ci andò di mezzo, tra gli altri, anche il patriarca Giuseppe, detto zì Peppe, 63 anni, ammazzato nel corso di un clamoroso agguato a Forcella il 9
luglio del 1998.
• prima faida della Sanità: fu combattuta negli anni 1997 e 1998 tra il clan Misso e i clan, alleati tra loro,
Tolomelli e Vastarella. Dopo numerosi omicidi, tra cui quello del boss Luigi Vastarella, vi fu l'atto finale con l’autobomba, una Fiat Uno imbottita di tritolo, scoppiata in via Cristallini che
doveva uccidere i boss dei Misso Giulio Pirozzi e Salvatore Savarese e che invece portò ad undici feriti innocenti.[19]
• faida tra i Sarno e i De Luca Bossa: questa faida può essere considerata come una sorta di "spin-off" della
faida tra i Misso e l'alleanza di Secondigliano, essendo i primi alleati dei Sarno e i secondi inglobati nell'Alleanza. Dopo numerosi omicidi, la faida culminò con l'autobomba di Ponticelli del
1998, in cui morì Luigi Amitrano, nipote del boss Vincenzo Sarno (vittima predesignata dell'agguato) nonché suo autista.
• terza faida dei Quartieri Spagnoli: fu la guerra combattuta, a fine anni novanta ed inizio anni deuemila, tra
il clan Di Biasi, rimasto il clan dominante ai Quartieri dopo la dipartita interna dei Mariano, e i Russo, figli del boss Domenico Russo, detto Mimì dei cani. Numerosi omicidi tra cui quelli dei
due patriarca, Francesco Di Biasi, padre dei faiano, e lo stesso Domenico Russo.[20]
• seconda faida di Forcella: scoppiò in seguito all'avvento dei Mazzarella a Forcella (dopo il matrimonio tra
Michele Mazzarella, figlio del boss Vincenzo, e Marianna Giuliano, figlia del boss Luigi); alcuni componenti dei Giuliano (tra cui Ciro Giuliano 'o barone) non accettarono di buon grado l'entrata
in scena dei Mazzarella. Inevitabile la spaccatura all’interno dell’organizzazione e soprattutto all’interno della famiglia; Michele Mazzarella si alleò con due personaggi di buon livello della
Camorra: Massimiliano Ferraiuolo e Salvatore Fattore. Dall’altra si organizzarono, per combattere il clan Mazzarella, i giovanissimi Fabio Riso e Diego Vastarella, generi di Celeste Giuliano,
sorella dei boss storici. Questo portò ad alcuni omicidi, tra cui quello dello stesso Ciro Giuliano e di Annalisa Durante, vittima quattordicenne innocente morta in un agguato con obiettivo
Salvatore Giuliano junior, delfino di Ciro Giuliano.
• terza faida interna ai Casalesi: combattuta dal 2003 al 2007 tra le famiglie Tavoletta-Ucciero e
Schiavone-Bidognetti. Vide la "strage di San Michele", del 28 settembre 2003, con due innocenti ammazzati per errore.[21]
• faida di Chiaiano: conflitto svoltosi nel corso del 2003 e 2004 a Chiaiano tra il clan Stabile e il clan Lo
Russo, in precedenza alleati sotto la bandiera dell'Alleanza di Secondigliano. Tra gli agguati mortali, si ricorda quello avvenuto sulla Tangenziale di Napoli il 1 giugno del 2004, quando vennero
ammazzati Giuseppe D'Amico e Salvatore Manzo, con il primo che si trovava su un'ambulanza perché ferito a causa di un precedente agguato, ed il secondo, guardiaspalle, che lo seguiva in
auto.[22]
• seconda faida di Castellammare: combattuta tra il clan D'Alessandro, predominante a Castellammare di Stabia,
e il clan Omobono-Scarpa, guidato da Michele Omobono "'o marsigliese" e Massimo Scarpa "'o napulitano" nel 2003, 2004 e 2005.
• faida di Scampia: guerra svoltasi negli anni 2004, 2005 e parte del 2006 che portò a quasi un centinaio di
morti ammazzati; il conflitto si scatenò quando vari gruppi scissionisti del clan Di Lauro decisero di staccarsi dalla casa madre dopo che i figli del boss Paolo Di Lauro avevano deciso di
sostituire alcuni boss nei principali ruoli chiave con gente a loro fidata. Questa guerra stravolse gli equilibri criminali a nord di Napoli e portò alla nascita di altri gruppi criminali
indipendenti tutti federati nel cosiddetto cartello degli "scissionisti di Secondigliano".
• faida tra gli Aprea e i Celeste-Guarino: combattuta nella zona di Barra tra il clan Aprea e la fazione
scissionista guidata dai boss Ciro Celeste e Raffaele Guarino negli anni 2005 e 2006.
• seconda faida della Sanità: combattuta dal 2005 al 2007 tra il clan Misso e la fazione scissionista dei
Torino, appoggiati dai Lo Russo di Miano. Più di venti omicidi in due anni, stravolse completamente gli equilibri della camorra nella zona della Sanità, di Materdei, dei Tribunali. Questa faida
portò alla dissoluzione di entrambi i gruppi, dopo i pentimenti dei boss Emiliano Zapata Misso, Giuseppe Misso junior e Michelangelo Mazza per i Misso, e di Salvatore Torino e altri elementi di
spicco per la fazione opposta [23].
Stragi
Strage di Torre Annunziata: avvenuta a Torre Annunziata presso il circolo dei pescatori il 26 agosto 1984. Da
un autobus precedentemente rubato scendono una dozzina di killer che iniziano a fare fuoco per circa 2 minuti contro il circolo dei pescatori, sede di incontri tra affiliati del clan Gionta. Otto
morti, sette feriti.
• Strage di Pescopagano: avvenuta a Pescopagano, frazione di Mondragone, il 24 aprile 1990; 5 vittime: tre
tanzaniani, un iraniano e un italiano ucciso per errore, e sette feriti, tra cui il gestore del bar e suo figlio quattordicenne, rimasto paralizzato perché colpito ad una vertebra
[24]
• Strage di Acerra: avvenuta ad Acerra il primo maggio 1992 in ambito della faida tra i Di Paolo-Carfora e i
Crimaldi-Tortora. Per vendicare l'uccisione del fratello del boss Di Paolo un gruppo di sicari stermina una intera famiglia compreso un innocente di quindici anni.
• Strage di Castelvolturno: il 18 settembre 2008 vengono uccisi in un agguato sei extracomunitari. L'agguato
seguì di pochi minuti l'omicidio di Antonio Celiento, evidentemente collegato. Conosciuta anche come la "strage di San Gennaro".[25]
Arresti e blitz
Coop e Camorra: le accuse di Berlusconi [modifica]
Nel febbraio del 2006 ebbero notevole risalto le accuse dell'allora presidente del consiglio, Silvio
Berlusconi, fatte ad una parte della magistratura napoletana. Questa fu accusata di aver "favorito la prescrizione ad un processo su una coop rossa", in particolare riguardo ai processi Katana 1
e Katana 2, nei quali i dirigenti accusati furono assolti, tranne che per un unico capo di imputazione prescritto.
Le inchieste furono avviate dopo le dichiarazioni dei pentiti Carmine Alfieri e Pasquale Galasso e riguardavano
presunti accordi tra clan e coop per gli appalti relativi a grandi opere finanziate con i fondi della ricostruzione del dopo terremoto del 1980. Nel 1995, infatti, furono eseguite, su richieste
dei magistrati della DIA di Napoli, decine di ordinanze di custodia cautelare, anche nei confronti di dirigenti nazionali delle cosiddette coop rosse. Dopo le accuse e le polemiche, l'allora
ministro della Giustizia, Roberto Castelli, mandò gli ispettori nella sede della Giustizia napoletana al Centro Direzionale. Il caso, però, era quello che riguardava l'ex pm Luigi Bobbio accusato
di aver favorito presunte omissioni nella conduzione delle indagini sul clan Di Lauro e sui clan dell'Alleanza di Secondigliano.
L'ASL sciolta
Le giunte comunali non sono le uniche istituzioni ad aver subito l'onta dello scioglimento per infiltrazioni
camorristiche. Nell'ottobre del 2005, infatti, fu sciolta l'ASL Napoli 4 che comprendeva 35 comuni suddivisi in 11 distretti sanitari per i comuni di Poggiomarino, Casalnuovo di Napoli, Nola,
Marigliano, Roccarainola, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Palma Campania, Volla, Acerra e Pomigliano d'Arco, per un bacino di utenti di circa 600mila abitanti.
La Camorra e le altre mafie
Camorra e Cosa Nostra
La Camorra ha intrattenuto vari rapporti con Cosa Nostra. Elementi di spicco della mafia siciliana (come
Salvatore Riina e Leoluca Bagarella) si sono trovati a contatto con famiglie camorristiche come i Nuvoletta e facenti parte della Nuova Famiglia.
Camorra e 'Ndrangheta
Nel corso del '900 vi sono stati vari intrecci di favori e di cooperazione tra camorristi e ndranghetisti.
Negli anni '70 in occasione della prima guerra di 'Ndrangheta il boss reggino Paolo De Stefano chiede e ottiene da Raffaele Cutolo capo della Nuova Camorra Organizzata l'omicidio di Don Mico
Tripodo, altro boss reggino in carcere a Napoli. Tra famiglie delle due organizzazioni vi furono anche doppie affiliazioni come quella del camorrista Antonio Schettini affiliato ai Flachi o di
Trovato Coco affiliato alla famiglia di Carmine Alfieri[26].
Camorra e Sacra Corona Unita
In Puglia è soprattutto la Nuova Camorra Organizzata che inizia ad operare illecitamente prima delle altre
organizzazioni criminali. Nel 1981 Raffaele Cutolo, affidò a Pino Iannelli e Alessandro Fusco il compito di fondare in Puglia un'organizzazione diretta emanazione della Nuova camorra organizzata
che prese il nome di Nuova camorra pugliese.
Questa associazione prese piede soprattutto nel foggiano a causa della vicinanza territoriale e dei contatti
preesistenti tra esponenti della malavita locale e i camorristi campani. Tuttavia questa iniziativa venne vista con sospetto dai malavitosi di altre zone della Puglia. Come risposta al tentativo
di Cutolo di espandersi in Puglia, si tentò di dar vita ad un'associazione malavitosa di stampo mafioso formata da esponenti locali. Con la sconfitta dei cutoliani in Campania, scomparvero anche
in Puglia. e l'organizzazione dominante divenne quella della Sacra Corona Unita fondata dagli 'ndranghetisti.
Camorra e Triadi cinesi
Alcuni gruppi napoletani, tra cui i Giuliano di Forcella, hanno intrecciato relazioni di affari con gruppi
cinesi soprattutto nel settore della contraffazione di marchi italiani. I gruppi napoletani hanno imposto il prezzo finale dei prodotti e in cambio hanno fornito i servizi per aggirare i
controlli. I cinesi inoltre hanno fatto entrare nelle loro società diversi boss napoletani. (Fonte: Wikipedia)
Banda della Magliana è il nome attribuito dal giornalismo italiano a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale che abbia mai operato a Roma. Il nome deriva da quello
del quartiere Magliana nel quale risiedevano molti dei componenti. A questo gruppo criminale vennero attribuiti legami con diversi tipi di organizzazioni quali Cosa Nostra, Camorra,Ndrangheta, ma
anche con esponenti del mondo della politica come Licio Gelli e la Loggia P2, nonché con esponenti dell'estrema destra di stampo eversivo, con i servizi segreti e anche con settori della finanza
vaticana (IOR) in special modo nella persona di Mnsignor Marcinkus.
Questi legami, sotterranei rispetto alle normali attività criminose della banda (traffico di droga, sequestri e
scommesse ippiche) e spesso non chiariti, hanno fatto balzare il gruppo alle cronache storiche degli anni si piombo, legandone le sorti a questi casi della cronaca nera italiana.
• Omicidio di Carmine Pecorelli
• Attentato a Roberto Rosone
• Caso Roberto Calvi
• Ritrovamento dell'arsenale custodito nei sotterranei del Ministero della Sanità
• Depistaggi nell'inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna
Inoltre, i rapporti (ancora non chiariti) di alcuni componenti con la scomparsa di Emanuela Orlandi, appendice
misteriosa dell'attentato a Papa Giovanni Paolo II, furono solo alcuni dei fatti per cui la Banda della Magliana in un modo o nell'altro è passata al vaglio degli investigatori.
Nascita della banda
Nel 1976 Franco Giuseppucci (detto prima er Fornaretto e in seguito er Negro) - uno dei futuri componenti della
banda - è un piccolo criminale del quartiere di Trastevere: nasconde e trasporta armi per conto di altri criminali. Un giorno, con l'auto carica di armi, si ferma davanti ad un bar per prendere
un caffè; fatalità vuole che quell'auto gli venga casualmente rubata. Le armi contenute nel bagagliaio della Volkswagen sono di un suo amico, Enrico De Pedis detto Renatino, un rapinatore che
gode di buon rispetto all'interno della malavita romana.
Giuseppucci trova il ladro che gli ha sottratto l'auto, ma le armi sono state vendute ad un gruppo di
rapinatori appena formatosi nel nuovo quartiere romano della Magliana. Giuseppucci decide allora di andare a parlare con quelli di via della Magliana, in particolare cerca e trova Maurizio
Abbatino detto Crispino, un giovane rapinatore dal sangue freddo che aveva acquistato le armi. I due, stranamente, si accordano per compiere alcuni colpi; nel gruppo rientrano anche De Pedis e
gli altri della Magliana.
Da semplice associazione di rapinatori, il patto prende la forma di una potenziale organizzazione per il
controllo della criminalità romana, nella quale iniziano a lavorare anche criminali di altre zone: Marcello Colafigli (detto "Marcellone"), Edoardo Toscano detto l'Operaietto e Claudio Sicilia
detto er Vesuviano per le sue origini.
Il loro primo lavoro, lunedì 7 ottobre 1977, sarà un sequestro: quello del duca Massimiliano Grazioli Lante
della Rovere, che però finirà male. Per l'inesperienza nel campo, Giuseppucci e gli altri non riescono a gestire la situazione e devono chiedere aiuto ad un altro gruppo criminale (una piccola
banda di Montespaccato), un componente del quale, per distrazione, si fa vedere in faccia dal duca, che per questo verrà ucciso.
Riescono, comunque, ad incassare il riscatto (due miliardi, contro i 10 della richiesta iniziale[1]), lo
dividono con l'altro gruppo ed invece di suddividere tra loro la loro quota, decidono di reinvestirla in nuove attività criminali.
Da qui, l'unione con altri gruppi romani: uno del quartiere Tufello con a capo Gianfranco Urbani (er Pantera),
uno di Ostia con a capo Nicolino Selis che ha forti legami con la Camorra e i Testaccini, un violento gruppo di Testaccio comandato da Danilo Abbruciati, er Camaleonte.
Nasce così la Banda della Magliana.
Roma è nelle nostre mani", si dicevano l'un l'altro i nuovi boss, spavaldi e col sorriso sulle labbra,
interessati solo ad allargare il controllo sulla città e a entrare in nuovi affari, incuranti di chi ci fosse dietro. La droga poteva arrivare e andare indifferentemente a uomini della mafia,
della camorra, della 'ndrangheta, dell'eversione nera, di organizzazioni mediorientali. Agli ex rapinatori cresciuti nelle batterie di quartiere, passati al giro più grosso delle bische e delle
scommesse clandestine e diventati in pochi anni impresari di morte attraverso il traffico di droga, non interessava servire ed essere serviti da questa o quella banda »
Il motivo per cui un gruppo riuscì a raggiungere per la prima volta il controllo di una metropoli come Roma è
da cercarsi nei metodi che la Banda della Magliana introdusse nel panorama capitolino. Primo fra tutti, gli omicidi. Dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni settanta la criminalità
romana era divisa in quartieri: ognuno controllava la propria zona dove mantenere il potere era semplice. Non che non si commettessero omicidi, ma le pistole si usavano molto raramente e nessuno
di essi veniva premeditato per il mantenimento o la conquista del potere. Quelli della Magliana, invece, vollero allargare il controllo a tutta la città e per farlo usarono sistematicamente le
pistole, eliminando gli oppositori alla loro espansione e contemporaneamente incutendo timore a chi avesse voluto intromettersi nella crescita della banda.
«Eravamo i più potenti, perché eravamo gli unici che sparavano», avrebbe detto anni dopo in un'aula di
tribunale uno di loro.
Il primo e più celebre degli omicidi ad opera del gruppo, fu quello di Franco Nicolini detto Er criminale, che
controllava il mondo orbitante attorno alle scommesse ippiche. Gli affari della Banda della Magliana, dalle semplici rapine, passarono in poco tempo ai sequestri, alle scommesse ippiche appunto,
ai colpi ai caveau e soprattutto al traffico di droga, affare per cui era necessario avere un controllo capillare del territorio.
La banda estendeva la sua influenza nelle zone di Trastevere-Testaccio, della Magliana, di Acilia-Ostia, del
Tufello e dell'Alberone. Nella zona di Trastevere-Testaccio si muovevano gli uomini di Danilo Abbruciati, implicato soprattutto nel riciclaggio del danaro sporco, grazie ai suoi rapporti con
Flavio Carboni, Roberto Calvi e Francesco Pazienza. Con gli stessi operava Domenico Balducci, legato a sua volta al noto mafioso Pippo Calò. La zona della Magliana era sotto il controllo degli
uomini di Giuseppucci, in cui militavano personaggi quali Marcello Colafigli, Maurizio Abbatino, Antonio Mancini detto Accattone, Claudio Sicilia, ecc. La zona di Acilia-Ostia, era in mano al
gruppo di Nicolino Selis, che si avvaleva di uomini come i fratelli Carnovale, Ottorino Addis, Libero Mancone e Gianni Girlando. Nelle zone del Tufello e dell'Alberone spiccava la figura di
Gianfranco Urbani, anche se il gruppo criminale presentava una minor omogeneità rispetto ai precedenti. Urbani favorì i rapporti con il clan di Nitto Santapaola e con la 'Ndrangheta calabrese,
grazie alla cosca De Stefano, operante a Reggio Calabria, capeggiata all'epoca dal defunto boss Paolo De Stefano.
La Banda della Magliana, a differenza di altri nuclei criminali organizzati, come la Camorra o Cosa Nostra, non
presentava un'organizzazione piramidale: non aveva infatti un solo capo, ma diversi, divisi in gruppi, che spesso lavoravano anche singolarmente e senza la necessità che gli altri lo sapessero.
Questa gerarchia non piramidale ha avuto come effetto collaterale quello di consentire di volta in volta ad entità esterne di fare uso della Banda per i propri scopi, come alcuni ritengono
possano aver fatto branche deviate dei servizi segreti[2][3].
I proventi dei crimini erano comunque divisi sempre in parti uguali, ogni membro riceveva la cosiddetta
"stecca", una sorta di dividendo indipendente dal lavoro svolto in quel periodo che anche i membri detenuti continuavano comunque a ricevere attraverso la famiglia. I vari componenti erano tenuti
in ogni caso a continuare a partecipare all'attività criminale: anche quando alcuni di loro divennero veramente ricchi, girando su Ferrari con Rolex al polso, continuarono ad essere degli operai
del crimine.
Inutile dire che appartenere alla Banda della Magliana significava anche non poter sgarrare: un errore avrebbe
potuto facilmente costare la vita.
• Maurizio Abbatino (detto "Crispino o il Maurizio della Magliana") (il Freddo del film e della serie TV di
Romanzo Criminale)
• Franco Giuseppucci (detto Fornaretto poi er Negro) (il "Libanese" del film e della serie TV di Romanzo
Criminale)
• Edoardo Toscano (detto "Operaietto") (Scrocchiazeppi del film e della serie TV di Romanzo
Criminale)
• Marcello Colafigli (detto "Marcellone") (il Bufalo del film e della serie TV di Romanzo
Criminale)
• Antonio Mancini (detto "l'accattone") (Ricotta del film e della serie TV di Romanzo Criminale)
• Claudio Sicilia (detto "il vesuviano") (Trentadenari del film e della serie TV di Romanzo
Criminale)
Testaccio-Trastevere [modifica]
• Danilo Abbruciati (detto er Camaleonte) (il "Nembo Kid" della serie TV di Romanzo Criminale)
• Enrico De Pedis (detto Renatino) (il "Dandi" del film e della serie TV di Romanzo Criminale)
• Raffaele Pernasetti
Acilia-Ostia [modifica]
• Nicolino Selis (detto er Sardo)
• Antonio Leccese (detto Ricciolodoro)
• Giuseppe Magliolo (detto "Il killer")
• Giuseppe e Vittorio Carnovale (detti "il tronco" e "il coniglio") (i Fratelli Buffoni del film e della serie
TV di Romanzo Criminale)
• Fulvio Lucioli (detto "il sorcio")
• Giovanni Girlando (detto "Gianni il Roscio") (Satana della serie TV di Romanzo Criminale)
• Libero Mancone (il "Fierolocchio" del film e della serie TV di Romanzo Criminale)
• Orazio Pannosecchi
Tufello e Alberone [modifica]
• Gianfranco Urbani (detto er Pantera) (il Puma della serie TV di Romanzo Criminale)
• Angelo De Angelis (detto er Catena)
I rapporti con l'estrema destra
Professor Aldo Semerari
Alcuni dei capi della banda erano simpatizzanti di destra, e tra questi spiccava Franco Giuseppucci, il quale
conservava in casa alcuni dischi con i discorsi di Mussolini e diversi gagliardetti e simboli inneggianti il regime fascista.
I primi legami con i gruppi neofascisti li ebbero attraverso il professor Aldo Semerari, celebre criminologo
leader del gruppo Costruiamo l'azione, che durante l'estate del 1978 organizzò diversi incontri politici nella sua villa di Poggio Mirteto a cui parteciparono anche i componenti simpatizzanti
della Banda della Magliana.
Il contatto della banda con il prof. Semerari fu organizzato dal pregiudicato Alessandro D'Ortenzi, detto
"zanzarone", il quale era in buoni rapporti con lo stesso professore. Tale contatto era estremamente funzionale alla banda in quanto, data la levatura del professor Semerari sul piano delle
perizie mediche psichiatriche effettuate per conto dei tribunali, poteva tornare assai utile agli elementi della banda per ottenere falsi certificati di infermità mentale, onde scongiurare così
la detenzione in caso di cattura. Dal canto suo, Semerari intendeva sfruttare la banda come braccio armato del gruppo politico che andava formando ma questa era già una matura organizzazione
criminale che difficilmente si sarebbe fatta appaiare da fumosi progetti senza un immediato ricavo materiale.
Dagli incontri uscì solo un accordo pratico: la Banda della Magliana avrebbe finanziato il suo gruppo in cambio
di perizie psichiatriche "su misura" effettuate dal criminologo per i frequenti arresti che la banda subiva.
Aldo Semerari era anche un esponente della loggia massonica P2 ed aveva forti legami con il SISMI, legami e
conoscenze che trasferì velocemente a quelli della Magliana.
Il sodalizio durò poco perché Semerari aveva preso accordi simili anche con la Nuova Camorra Organizzata di
Raffaele Cutolo.
Semerari fece l'errore di accordarsi anche con l'organizzazione rivale di Cutolo, la famiglia di Roberto
Ammaturo, e alla Nuova Camorra Organizzata questo non piacque. Oltre a ciò, il professore rimase implicato nelle indagini della procura di Bologna relative alla strage del 2 agosto 1980 (85 morti
e più di 200 feriti).
Incarcerato per breve tempo, Semerari diede segni di cedimento psicologico, prospettando ai magistrati una sua
ampia collaborazione in cambio della libertà. Scarcerato ad inizio marzo del 1982, il criminologo iniziò a temere per la propria vita, parlandone prima con la propria segretaria (anch'ella
successivamente ritrovata uccisa) e poi con il proprio referente del SISMI, tale Renato Era: costui informò il suo diretto superiore, il colonnello Demetrio Cogliandro, il quale parlò della cosa
all'ex direttore del Servizio, Generale Giuseppe Santovito che - benché fosse stato destituito in seguito allo scandalo P2 - disse che avrebbe risolto la faccenda di persona.
A fine marzo, mentre si trovava a Napoli, Aldo Semerari scomparve. Il 1º aprile 1982 il suo corpo venne
ritrovato decapitato ad Ottaviano (NA) nel bagagliaio di un'auto, con la testa posta dentro una bacinella sul sedile anteriore.
Nuclei Armati Rivoluzionari
Ma il primo vero sodalizio tra la Banda e i gruppi di estrema destra si ha con i giovani dei Nuclei Armati
Rivoluzionari, attraverso Massimo Carminati ("il Nero" del film e della serie TV di Romanzo Criminale) che frequentava lo stesso bar di Giuseppucci e Abbatino. Carminati divenne presto il pupillo
del clan della Magliana e con lui strinsero legami altri ragazzi dei NAR come Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, suo fratello Cristiano Fioravanti, Alessandro Alibrandi e Francesca
Mambro.
I due gruppi allacciarono stretti rapporti di collaborazione.
La banda principalmente riciclava il denaro sporco proveniente dalle rapine con cui i NAR si finanziavano ed in
cambio i ragazzi neofascisti effettuavano lavori di manovalanza come riscuotere i crediti dell'usura o trasportare droga.
La collaborazione però, che ha suscitato i maggiori misteri, fu la gestione comune delle armi: mitra, bombe,
fucili ritrovati sorprendentemente nei sotterranei del Ministero della Sanità.
All'interno del covo nel sotterraneo del Ministero, vengono ritrovate anche cartucce di una marca particolare -
Gevelot - difficilmente reperibili sul mercato. Apparentemente non vi era nulla di strano, ma quattro proiettili dello stesso tipo, appartenenti allo stesso lotto e con lo stesso grado d'usura
del punzone che marca la punta, vennero utilizzati per un omicidio particolare.
La vittima era Mino Pecorelli, direttore di un'agenzia di stampa specializzata in scandali politici, e del
delitto saranno successivamente accusati Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, poi assolti.
Al processo emergerà un chiaro coinvolgimento della banda nel delitto, anche se Massimo Carminati, imputato di
aver commesso materialmente l'omicidio sarà poi assolto. Dal processo emerse anche - secondo i giudici - «la prova di rapporti tra Claudio Vitalone e la banda della Magliana in persona di Enrico
De Pedis». A parere dei magistrati però «gli elementi probatori non sono univoci» e non permettono «di ritenere riscontrata la chiamata in correità fatta nei suoi confronti». Insomma, Vitalone
aveva rapporti con l'organizzazione criminale ma non ci furono prove abbastanza evidenti dal punto di vista penale.
Il declino
Il primo, grave contraccolpo all'organismo della Banda avvenne ad inizio anni 80, quando si sviluppò una
sanguinosa faida all'interno della malavita romana tra questa ed il clan criminale della famiglia Proietti.
Vittima eccellente di questa guerra fu Franco Giuseppucci, ucciso a Piazza San Cosimato (Trastevere) il 13
settembre 1980 con colpi di pistola, da parte di esponenti del Clan della famiglia Proietti, detti i pesciaroli per via della loro attività commerciale, una famiglia molto numerosa e molto vicina
a quel Franchino er Criminale, abbattuto dai componenti della Magliana all'Ippodromo di Tor Di Valle.
All'inizio la morte di er Negro fu un pretesto per scatenare una guerra contro il clan dei pesciaroli, conclusa
la quale (con gravissime perdite riportate da parte del clan Proietti) segnò però l'inizio della disgregazione della Banda: da quel momento i due gruppi prevalenti - i Testaccini di Abbruciati e
De Pedis da una parte, quelli della Magliana guidati da Abbatino dall'altra - entrarono in una fase di continua tensione, stante comunque la predominanza sul piano affaristico dei
Testaccini.
Nell'aprile del 1982 Abbruciati si incaricò di eseguire un atto di intimidazione a danno del vicepresidente del
Banco Ambrosiano, Roberto Rosone: la sua arma inizialmente si inceppò, poi il malvivente riuscì comunque a gambizzare il banchiere ed il suo autista, ma durante la fuga in moto venne freddato
alle spalle da alcuni colpi di pistola esplosi da una guardia giurata.
Sempre più compromesso con mafiosi (Calò) e massoni deviati (Gelli, Pazienza), De Pedis si ritrovò solo nel
conflitto che ormai lo contrapponeva a Crispino. Mentre i capi dell'organizzazione e diversi aderenti ad essa venivano arrestati e condannati in tribunale, uno di essi, il falsario Antonio
Chichiarelli detto Tony - già coprotagonista di risvolti inquietanti dei delitti Moro e Pecorelli - pianificò ed attuò una spettacolare rapina al deposito blindato della Brink's Securmark, che
fruttò ai criminali un bottino di diversi miliardi di lire (il Chichiarelli stesso lasciò poi sul luogo del delitto alcuni oggetti che richiamarono l'attenzione degli inquirenti sugli omicidi
Moro, Pecorelli e Varisco). Il falsario però non ebbe il tempo di godersi il frutto del proprio atto criminoso, in quanto un killer rimasto ignoto lo uccise con nove proiettili pochi mesi più
tardi.
Colpita al cuore dagli omicidi e dal lavoro della magistratura, la Banda della Magliana si avviò verso il
tramonto: mentre De Pedis andava incontro al suo tragico destino (vedi seguito), si segnalarono i primi casi di pentitismo, con le defezioni di Abbatino, Mancini e di Fabiola Moretti (ex donna di
Abbruciati, specialista dell'organizzazione nella raffinazione e qualificazione dei narcotici).
La sepoltura di Enrico De Pedis
L'ultimo capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, muore il 2 febbraio 1990. Ultimo
grande boss della gang romana, trasteverino puro sangue, proprietario di note trattorie, Renatino fu ucciso in pieno giorno in via del Pellegrino, tra la folla del mercato di Campo de' Fiori.
Tumulato inizialmente al Verano, fu poi sepolto in grande riservatezza, il successivo 24 aprile, nella Basilica di Sant'Apollinare, dove si era sposato nel 1988: riguardo particolarissimo, che
quando fu risaputo diede molto da parlare ai cronisti. La notizia uscì sul quotidiano "Il Messaggero" nel 1995 e solo due anni dopo, in un servizio della giovane reporter Raffaella Notariale,
inviata speciale per la trasmissione "Chi l'ha visto?" (Rai Tre), furono resi pubblici i documenti originali e le foto del sarcofago sistemato nel sotterraneo della Basilica di Sant'Apollinare,
territorio Vaticano. La notizia dei documenti originali, mai visti prima, lanciò la stagione televisiva del programma facendone la sua fortuna.[4].
A Renatino i soldi non mancavano: con l'operazione "Colosseo" la polizia sequestrò ai boss della Magliana
ottanta miliardi di beni mobili e immobili, un fiume di denaro sporco, frutto di riciclaggio del traffico di armi e droga, poi reinvestito in affari e appalti resi possibili dagli appoggi
politici, di alto livello.
Gli ultimi fuochi
Il 4 giugno 2009 scompare anche l'ultimo dei personaggi di spicco della Banda della Magliana: nelle prime ore
della sera, ad Acilia, nella periferia di Roma, viene assassinato Emidio Salomone, 55 anni, da due uomini in moto che gli sparano due colpi di pistola al volto, davanti ad una sala giochi di via
Cesare Maccari.[5] Gli eredi della Banda della Magliana sono stati segnalati a Ostia. (Fonte:Wikipedia)
Il 7 settembre 2008RAITREha mandato in onda la trasmissione“Blu Notte” del giornalista
Lucarelli, un’’inchiesta dedicata a Tangentopoli. Noi l’abbiamo ridotta in due video (anche se molto lunghi) per facilitarne lo scarico ai visitatori. Sono video interessanti che
delineano, con imparzialità e chiarezza gli avvenimenti di quegli anni. Il periodo di “Mani pulite “ o “Tangentopoli”. E’ gradito un Vs commento. Grazie!
Commenti recenti