Mafia

Venerdì 18 dicembre 2009 5 18 /12 /2009 09:17

La storia del clan dei Casalesi.

 

Fonte: Blunotte (Lucarelli)


 

A Napoli vi sono tanti clan, spesso in guerra tra loro: negli anni 80 avviene la guerra di Camorra tra i cutoliani della Nuova Camorra Organizzata da una parte e la Nuova famiglia per l'egemonia del territorio. Lasciando per terra centinaia di morti.

  Ma i casalesi sono una cosa diversa: più simili a Cosa Nostra, molti esponenti delle famiglie sono persino affiliati con la mafia. Come le famiglie dei Nuvoletta a Marano, che hanno tra i loro affiliati Gaspare Mutolo.

Sono uomini punciuti, che spesso si ritrovano a parlare con Bontade prima, e i corleonesi di Riina poi.

  Nella guerra di Camorra degli anni 80 che vide lo scontro tra la Nuova Camorra di Cutolo contro la Nuova famiglia delle famiglie Alfieri , Ammaturo e Nuvoletta ci furono 1500 morti tra il 1978 e il 1983.

Prevalse la seconda, con i nuovi capi: Alfieri, Nuvoletta e anche Antonio Bardellino.

Una strana figura di criminale: più un imprenditore di Camorra che faceva investimenti per i traffici di droga in sudamerica e in Spagna.

È una mafia che fa impresa in silenzio: una mafia che sembra non vedersi.

Ma sempre di gruppi criminali si tratta: Bardellino conta un gruppo di fuoco di 100 camorristi: tra cui Mario Iovine, Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, Raffaele Diana.

Bardellino sa coltivare anche i legami con la politica: il fratello diventa sindaco di Casale nelle fila del PSI.

Silenzio, impresa, sangue e politica: questo mix spiega come mia i casaleis non furono contrastati all'inizio, anzi furono agevolati dalla collusioni con la politica .

  La guerra di mafia a Casal di Principe.

Bardellino non abitava nel suo territorio: forse anche per questo scoppiò la guerra che vedeva contrapposte la famiglie Gionta Nuvoletta contro i Bardellino Alfieri. È la guerra raccontata in Fortapasc da Marco Risi, con la storia del giornalista Giancarlo Siani.

Il dicembre 1984 ci fu una irruzione nella masseria dei Nuvoletta, dove morti colpito da una pallottola vagante Salvatore Squillace.

Agosto 1984: la strage del circolo dei pescatori. Un pulmann carico di killer dei Bardellino sbuca davanti il circolo dei pescatori di Torre Annunziata; fu una strage contro gli uomini del clan Gionta, con 8 morti.

  I vinti di questa guerra, i Nuvoletta, pagano un pegno: Valentino Gionta, latitante a Marano, viene trovato dai carabinieri.

Siani con un suo articolo accusò il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della "Nuova Famiglia", di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie.[ da wikipedia]

Giancarlo Siani parla di questa guerra e di questo accordo che sbugiarda i boss : fu ucciso il 23 ottobre 1985.

  Una guerra che faceva vittime anche per intimidire gli avversari: come l'omicidio del fratello del giudice Imposimato che a Roma stava indagando sui legami tra mafia e la Banda della Magliana.

 

Gli affari del clan.

Il giro d'affari del clan casertano riguardava il mercato del Calcestruzzo, delle cave: l'infiltrazione criminale del clan negli appalti pubblici mirava a mettere le mani sui 250 miliardi per i lavori del dopo terremoto; sui 500 miliardi per i lavori nei regi Lagni, per l'alta velocità.

  I soldi arrivavano dal pizzo (10%) sui lavori delle imprese su strade e case.

Ma i casalesi costituirono anche 3 consorzi con ottenere direttamente o in subappalto i lavori. Tutti i lavori, ricorrendo anche alle minacce alle altre ditte.

  I casalesi entrano nella politica e nella società civile: controllano amministratori, sindaci, assessori. Trovano banche compiacenti che accettano il loro denaro e colletti bianchi pronti a riciclarlo.

  Ma attorno al capo crescono i giovani boss, che scalpitano: Bidognetti, Zagaria, Iovine.

Bardellino torna a S. Cipriano per mettere le cose a posto.

Il gennaio 1988 viene ucciso Domenico Iovine, come segnale al fratello Mario.

Nel dicembre avviene uno scontro a fuoco tra gruppi di fuoco Bardellino e Iovine in cui sono sparati 140 colpi (peggio dell'agguato in via Fani).

Ma sono episodi che rimangono sotto silenzio. La stampa ne parla solo a livello locale.

In questa guerra silenziosa vengono uccisi i nipoti di Bardellino; avviene la strage di Casapesenna contro i Sanzillo. Un corteo di auto attraversa la città, come segno di presenza sul territorio. Come avviene nei paese sudamericani.

Nella guerra, Bidognetti e Schiavone decidono di uccidere Enzo De Falco, ritenuto la mente imprenditoriale del gruppo, perchè non si fidano.

Altre morti seguono: Mario Iovine viene ucciso a Cascais.

  Il 19 marzo 1995, tocca a Don Peppino Diana, che aveva lanciato il suo proclama contro la dittatura della Camorra a Casal di Principe: “per amore del mio popolo..”.

Un killer dei De Falco lo uccide: si pensa che sia anche un tentativo di rovinare gli affari alle famiglie Bidognetti e Schiavone, per l'arrivo della Forse dell'ordine dopo l'omicidio.

  La guerra De Falco Bidognetti-Schiavone finisce con Nunzio De Falco che scappa in Spagna.

I nuovi capi possono tornare agli affari: l'estorsione, gli appalti, il calcestruzzo e l'agricoltura fantasma.

Come con l'Aima: una società pubblica che raccoglie i prodotti agricoli invenduti. Ma è tutto falso: si tratta di frutta marcia, persino di sassi). I centri di raccolta sono in mano ai casalesi.

  Come con la mozzarella di bufala prodotta dalle aziende in mano ai clan: viene venduta persino quella prodotta dalle bufale ammalate dalla brucellosi.

  Come per i rifiuti tossici: i clan entrano nel business dello smaltimento dei rifiuti nel 1989/90.

Si occupano dello smaltimento rifiuti per le imprese del nord, per gli ospedali.

Francesco Bidognetti crea la Ecologia 89 si mette in affari all'imprenditore Vassallo, proprietario di una discarica.

1 Kg di rifiuti costa dai 21 ai 60 centesimi, per lo smaltimento. I casalesi fanno pagare 9-10 centesimi: sono affari per tutti.

Spuntano discariche abusive, come a Villa Literno, nelle cave aperte: frutto del controllo così capillare del territorio casertano.

Contestualmente al crescere delle discariche, crescono anche i casi di tumore: perchè parliamo di un'imprenitoria mafiosa, che non da sviluppo, ma che avvelena il territorio.

Da una parte la ricchezza sfoggiata dai boss, anche con le loro ville (come quella di Sandokan Schiavone).

Dall'altra la potenza sempre più grande dei clan: testimoniata anche dal fatto che oramai sono le imprese che arrivano direttamente a “mettersi a posto” col pizzo senza che nessuno chiede niente.

  Un potere sancito anche dai legami con la politica locale (il sindaco Bardellino fratello del boss, il vicesindaco Gaetano Corvino): legami che permettevano l'arrivo di nuovi appalti (e soldi), in quella regione.

Una infiltrazione capillare, quella dei clan: sono 14 i comuni sciolti in Campania nel 1995, 26 nel 2006. Lo stesso Casal di Principe è sciolto 4 volte.

  Ma c'è anche un'altra Casal di Principe: quella di quanti non accettano questa dittatura. Consiglieri comunali, forze dell'ordine, gente perbene, sindacalisti che spesso han pagato con la vita.

Antonio Cugiano, vicesindaco di Casapesenna: gambizzato nel ottobre 1988.

Antonio Nunez: ucciso nel luglio 1990, il corpo fu trovato 13 anni dopo.

Marcello Russo: sindacalista CGIL, picchiato e minacciato le le sue minacce di sciopero. Gambizzato nel 1991.

Francesco del Prete, sindacalista degli ambulanti. Dopo la denuncia all'esattore del pizzo, un vigile di Mondragone, viene ucciso nel febbraio 2002.

C'è poi la guerra dei paletti portata avanti dal sindaco del PDS Renato Natale: i paletti circondavano la piazza, resa zona pedonale. I casalesi li toglievano ogni notte e glieli facevano trovare sotto casa.

  Ferocia spietata. Controllo del territorio. Affari e soldi. Il silenzio.

Il primo maxi processo contro la mafia dei Casalesi è il processo Spartacus del 1998: chiamato come lo schiavo che si oppose contro l'impero.

Un processo cui si arriva grazie alle parole di Carmine Schiavone, imprenditore pentito. Alle rivelazioni di Dario De Simone, di Domenico Bidognetti.

Nel dicembre 1995, il pool contro il clan dei Casalesi (formato tra gli altri anche dal giudice Raffaele Cantone), si arriva ad un blitz che porta all'arresto di 50 persone. Altri boss come Sandokan, rimangono latitanti.

Fino al 1988, quando viene arrestato.

  Il 15 settembre 2005 si arriva alla prima sentenza del processo Spartacus: 95 condanne tra cui 2 ergastoli. Un processo quasi più imponente del maxi processo contro la mafia a Palermo: ma un processo celebrato nel silenzio generale della stampa.

  Il processo Spartacus 2, che segue il primo, si concentra sui rapporti con la politica. Anche questo, non viene seguito: 50 righe sul Mattino di Napoli.

  In Italia si considera questa mafia solo come un entità criminale: dopo i fatti cala il silenzio. Ma è anche una economia criminale che inquina il territorio, il lavoro, il mercato.

  Poi arriva un libro: Gomorra di Roberto Saviano. Un libro che squarcia il velo sulla realtà dei casalesi.

È un libro che raccoglie i fatti di cronaca, magari già raccontati da altri, ma in taglio narrativo: raccontare il mondo secondo Secondigliano, Scampia: mostrare al lettore come questa economia criminale sia quella vincente.

  Nel settembre 2006 c'è a Casale una grande manifestazione antimafia: dal palco Saviano dice ai giovani “Iovene, Zagaria, Schiavone non valete niente .. ve ne dovete andare”. Dopo queste parole lo scrittore deve essere protetto dalla scorta.

Che uno scrittore debba essere protetto succede solo nei paesi sotto dittatura, nelle democrazie governate da estremismi religiosi come l'Iran di Khomeini, che lanciò la fatwa contro Salman Rushdie.

I giudici raccolgono brutti segnali da radio carcere, sull'idea di uccidere Saviano.

Il 13 marzo 2008, l'avvocato difensore di Bidognetti e Schiavone al processo Spartacus legge una lettera dei latitanti: un atto di accusa contro il giudici Raffaele Cantone e De Raho, i giornalisti Capacchione e Saviano.

E iniziano anche a girare le solite voci diffamatorie: ma Saviano cosa cerca? È tutta una montatura le sue minacce, per vendere libri? Quanto ci ha guadagnato?

  Spiega Saviano che queste persone, che fanno illazioni diffamatorie, non si chiedono mai quanto guadagnano i boss dai rifiuti tossici.

Stessa sorte capita anche all'attore Giulio Cavalli che fa spettacoli contro la mafia al nord.

La diffamazione accompagna chi denuncia la mafia.

Chi si espone contro la mafia, genera negli altri in senso di diffidenza: è come se facesse sentire sporchi gli altri, che sono stati zitti, che hanno abbassato la testa. Con la denuncia si mette in crisi tutta la comunità, perchè per questa tutto deve andare avanti così.

  Invece no: andare contro la mafia, sostiene Saviano, è un fatto personale, se cerco visibilità, è solo per denunciare.

Non per fare l'eroe: diceva Brecht “Beato il paese che non ha bisogno di eroi”.

  Il 18 giugno 2008 arriva la sentenza di appello di Spartacus: tutte le accuse vengono confermate, come gli ergastoli per F. Schiavone e Michele Zagaria.

  La campagna di primavera.

Nel 2008 si scatena la campagna di primavera, guidata da Giuseppe Setola (del clan Bidognetti), sfuggito dai suoi arresti domiciliari a Pavia, nell'aprile 2008. Attorno a se riunisce 30 killer e scatena il fuoco. La sua strategia è uccidere i pentiti, dare un segnale forte agli imprenditori (che dopo la sentenza Spartacus iniziavano a non voler pagare il pizzo), dare una lezione al gruppo degli “africani” (la malavita nigeriana) che con l'accordo dei casalesi portava avanti lo spaccio della droga e della prostituzione.

Il 2 maggio viene ucciso il pentito Umberto Bidognetti.

Il 16 maggio Domenico Noviello, che sette anni prima non aveva voluto pagare li pizzo al clan. Nel 2008 gli era stata tolta la scorta.

Il 2 giugno Michele Orsi, direttore di un consorzio di smaltimento rifiuti, finito sotto indagine, stava parlando con i magistrati. Senza scorta fu ucciso dai killer di Setola.

15 luglio, Raffaele Granata, proprietario di uno stabilimento balenare, ucciso in un bar.

18 omicidi in cinque mesi.

  Poi avviene la strage di Castelvolturno: già nell'agosto del 2008 ci fu un primo tentativo di fuoco contro gli "africani". Un commando sparò contro la sede dell'associazione nigeriana a Casale.

Il 18 settembre il gruppo di fuoco di Setola spara contro un gruppo di immigrati africani (non solo nigeriani), in una sartoria. 6 morti.

  Nei giorni successivi la comunità nigeriana si rivoltò contro la mafia: una rivolta per la difesa dei loro diritti.

  La risposta dello stato.

Nel gennaio 2009, viene arrestato Giuseppe Setola.

I sequestri: le forze della polizia hanno sequestrato beni immobili ai Bidognetti per 50 milioni di euro. Nel 2008, l'ammontare dei beni liquidi confiscati ammonta a 400 milioni di euro.

Ma è una parte, che ha colpito solo un clan, quello dei Bidognetti.

  Ma il controllo del territorio è ancora in mano alla confederazione dei casalesi: questo si manifesta con messaggi fatti pubblicare sui quotidiani locali. Con telefonate ai giornalisti (da parte dei due latitanti).

Le indagini e le rivelazioni dei pentiti parlano anche della politica: rivelazioni che coinvolgono il sottosegretario del governo Berlusconi, Nicola Cosentino (accusato dal pentito Dario De Simone).

  È sbagliato pensare che quello dei casalesi, sia una questione che riguardi solo il sud: Pasquale Zagaria, la mente finanziaria del clan, aveva interessi immobiliari a Parma. Raffaele Diana, investiva in locali a Carpi.

Affari criminali, che uccidono l'economia e le persone.

  Persone che magari con i casalesi non hanno nulla a che fare.

Come per Michele Landa, guardia giurata ad un ripetitore vicino Mondragone.

Il 6 settembre 2006 fu ucciso (perchè il ripetitore rientrava negli interessi del clan) e il suo corpo spedito alla famiglia in pezzi.

Al funerale, a fianco della famiglia, nessuno dallo Stato. Raccontava la famiglia come questo testimoni del reale controllo del territorio.

La vicenda testimonia come basti vivere in queste zone “che prima o poi ti ci ritrovi coinvolto” nelle vicende criminali dei casalesi.

Non basta far finta di niente, abbassare lo sguardo.

Sono tanti i casalesi buoni: come le associazioni Libera, quelle in memoria di Don Peppino Diana, che lottano contro l'abitudine, la mentalità, quella per cui il criminale ricco che gira indisturbato per il paese sia un esempio da imitare.

  Questa è una guerra, che dobbiamo combattere: per Lorenzo Diana, per Renato Natale (ex sindaco), per Rosaria Capacchione, per Roberto Saviano. Anche per tutti i casalesi per bene che non vogliono accettare la dittatura criminale.

Queste persone, chiudeva Lucarelli, non devono essere lasciate sole a fare gli eroi: tutti noi dovremmo gridare “Iovene, Zagaria, Schiavone, ma anche Riina, Messina Denaro, politici collusi con la mafia, colletti sporchi non siete niente .. andatevene, questa terra non è vostra !”(.Fonte: unoenessuno.blogspot.com)

  Il blog di Carlo Lucarelli.

Il link della puntata di Blu Notte.

Technorati: Carlo Lucarelli, Blu Notte, clan casalesi

 

 

Di Ferdy - Pubblicato in : Mafia
Scrivi un commento - Vedi i 0 commenti - Segnala
Mercoledì 9 dicembre 2009 3 09 /12 /2009 21:17

TRAVAGLIO :TUTTO MAFIA


Abbiamo riunito alcuni video di Marco Travaglio sulla mafia in un unico file. Diamo così la possibilità al lettore di rendersi meglio conto della successione degli avvenimenti. Buona visione!

 

Di Ferdy - Pubblicato in : Mafia
Scrivi un commento - Vedi i 0 commenti - Segnala
Martedì 8 dicembre 2009 2 08 /12 /2009 09:03

Travaglio: Minchiate


Guardate questo interessante video di Marco Travaglio sulla Mafia


Fonte:StaffGrillo


Buongiorno a tutti. Tra un paio di giorni è l’anniversario della strage di Piazza Fontana (1969), siamo a 40 anni. Il Presidente Napolitano giustamente ha detto che la strage di Piazza Fontana ci consegna una lezione che non dobbiamo mai dimenticare: ci insegna che dobbiamo evitare che in Italia i contrasti e le legittime divergenze possano sfociare in tensioni tali da minacciare la vita civile e aggiunge che ci sono ancora dei punti oscuri sulla strage di Piazza Fontana di 40 anni fa. E’ sottinteso, mi pare, che bisogni indagare e illuminare quei punti oscuri che caratterizzano quasi tutte le stragi politico /terroristiche e politico /mafiose, ci sarebbero anche stragi più recenti sulle quali non solo ci sono molti punti oscuri, ma c’è, in questi giorni e in questi mesi, la possibilità di illuminarli e sono le stragi di mafia del 1992/1993.

Presidente, e le stragi di mafia?

Penso che sia una fortuna che nuovi personaggi che furono direttamente o indirettamente protagonisti di quella stagione la stiano raccontando: da Ciancimino Junior a Spatuzza e invece, a parte credo Gianfranco Fini, a nessuno è venuto in mente di dire che è cosa buona e giusta, che è un momento di grande ottimismo quello nel quale nuove voci si aggiungono a racconti parziali e, in certi casi, nebulosi su quelle stragi. Mi piacerebbe - speriamo - che il Presidente della Repubblica si ricordasse che sta venendo fuori parecchia roba nuova sulle stragi del 92 /93 e che bisogna continuare a indagare, cercando di verificare se i racconti di Ciancimino, di Spatuzza e di altri sono attendibili o meno, ma in ogni caso dobbiamo essere felici che si aprano nuovi squarci nel muro di gomma, nella cortina di gomma che ha avvolto quei fatti. Mi pare che invece la classe politica sia letteralmente terrorizzata dall’emergere di nuovi particolari che possono aiutarci a fare quel salto di qualità, cioè a raggiungere, finalmente, i nomi e i volti di quei mandanti a volto coperto che tutti sappiamo esserci e che le sentenze dicono esserci e che non sono ancora stati individuati, assicurati alla giustizia e puniti. Non solo c’è disinteresse, ma c’è addirittura un interesse convergente a che queste nuove voci vengano silenziate e queste nuove bocche vengano ricucite frettolosamente.

Chi di voi ha sentito Giancarlo Caselli ieri sera parlare a “ Che Tempo Che Fa” da Fabio Fazio, ha sentito dire una cosa che, in teoria, sarebbe ovvia, ma che in realtà è quasi rivoluzionaria, ovvero che se è vero che bisogna cercare i riscontri alle parole del pentito Spatuzza, non si può dare per scontato in partenza che Spatuzza menta: bisogna essere laici, non prevenuti né in un senso né nell’altro. Aggiungo io, che non faccio il magistrato e che quindi non sono tenuto alle doverose prudenze di un magistrato, che è molto più probabile che Spatuzza dica la verità, anziché che menta: per quale motivo? Cercherò di spiegarlo oggi, perché intanto Spatuzza è già stato ritenuto attendibile dai magistrati di Caltanissetta, che hanno preso la decisione di rivedere il processo per la strage di Via D’Amelio. Guardate che, quando si rivede un processo che è già arrivato a una sentenza definitiva, passata in giudicato, ossia quando si rimette in discussione una sentenza della Corte di Cassazione beh, significa che gli elementi a disposizione sono notevoli, perché altrimenti un magistrato non rinnegherebbe ciò che ha fatto il suo ufficio, non lo rimetterebbe in discussione; sapete che, per la strage di Via D’Amelio, sono stati condannati dei boss come mandanti diretti e dei killers come esecutori materiali, i quali, almeno non tutti, risulterebbero colpevoli, anche se sono già stati condannati a vari ergastoli per quella strage: perché? Perché Spatuzza ha detto “ quelle cose le ho fatte io e non le hanno fatte altri mafiosi pentiti che se le erano accollate, a cominciare da Scarantino, Scandura e altri”, quindi il problema qui è duplice: capire chi imbeccò quei due pentiti per costringerli addirittura a prendersi la colpa di una strage come quella di Via D’Amelio, che non era la loro, ci viene sempre detto che il pentito cerca di scaricare su altri, ma stiamo parlando di autocalunnia, ci sono persone che si sono accusate di aver fatto una strage che non hanno fatto, chi le ha imbeccate, chi le ha costrette? Perché immagino che soltanto con una costrizione drammatica si possa convincere uno che non ha fatto la strage Borsellino a dire “ sì, Borsellino e gli uomini della scorta li ho ammazzati io” e questo è il primo punto. Il secondo punto è che Spatuzza dice “ quella strage l’ho fatta io e quindi, oltre a aver sciolto un bambino nell’acido e a aver fatto un’altra trentina o quarantina di omicidi, ho fatto pure la strage di Via D’Amelio” e, secondo i magistrati della Procura di Caltanissetta, è vero e conseguentemente la sentenza, nella quale non c’è Spatuzza tra i condannati come esecutori materiali, ma ci sono altri, va rivista, rifacendo il processo con un meccanismo di revisione, per fare condannare Spatuzza e scagionare quelli che non c’entrano. Capite che questo è un poderoso elemento a favore della credibilità di quello che dice Spatuzza, perché quest’ultimo non è soltanto un orecchiante che racconta cose che ha sentito dire su altri, quali Berlusconi, Dell’Utri etc., ma è uno che intanto ti dice “ la strage l’ho fatta io” e di lì parte, non parte da Berlusconi o da Dell’Utri, parte da sé stesso e è su questo sé stesso, è su queste accuse a sé stesso che viene intanto giudicata la sua attendibilità, che non è certamente stata giudicata tale a cuor leggero perché, ripeto, prima di autosmentirsi la magistratura ci pensa due volte, deve avere degli elementi nuovi e veramente robusti. Naturalmente può essere che Spatuzza dica la verità quando accusa sé stesso della strage di Via D’Amelio e che invece menta quando dice certe cose su Berlusconi e su Dell’Utri: perché è più probabile che dica la verità su Berlusconi e su Dell’Utri, anziché che menta su di loro? Per la semplice ragione che Spatuzza non è il primo mafioso pentito a parlare dei rapporti tra la mafia, Berlusconi e Dell’Utri, ce ne sono decine che ne hanno già parlato nel corso degli anni, subito dopo le stragi saltarono fuori dei mafiosi che parlavano dei rapporti con Berlusconi e Dell’Utri, durati proprio fino ai giorni delle stragi. Il primo fu Salvatore Cancemi, che non era uno Spatuzza qualsiasi, non era un killer, era un membro della cupola, era uno dei capi di Cosa Nostra e raccontò che Riina parlava di coperture da parte di persone importanti per le stragi e che quelle persone importanti erano Dell’Utri e Berlusconi e, per quella ragione, insieme a molti altri collaboratori di giustizia che raccontavano trenta anni di rapporti tra il gruppo Berlusconi/ Dell’Utri e la mafia, furono aperte indagini per concorso in strage, furono aperte indagini per mafia, per riciclaggio che poi finirono tutte archiviate non perché si fosse trovata la prova che non era vero, ma perché non si erano trovate abbastanza prove del fatto che fosse vero: non tutto quello che dicono i pentiti può essere riscontrato, visto che sono passati anni rispetto ai fatti che raccontano, ma non è che se una cosa non è riscontrata allora è falsa, una cosa può essere vera ma non essere riscontrata e quindi il giudice non la può utilizzare nel processo; oppure una cosa può essere vera e riscontrata, ma non sufficiente per portare a giudizio una persona sulla base di quelle accuse che sono ritenute troppo friabili. Archiviazione vuole dire proprio questo e i giudici lo scrissero: “ non abbiamo più tempo per indagare, perché sono scaduti i termini dell’indagine preliminare. Arrivati alla fine di quest’indagine non abbiamo elementi sufficienti per portare questi signori a processo”, ma per esempio la Procura di Firenze scrisse che gli elementi a carico nel corso delle indagini avevano aumentato la loro plausibilità, ossia era molto plausibile che quelle accuse fossero vere, stiamo parlando delle stragi del 93, Milano, Roma e Firenze, ma ancora non sufficienti per giustificare un rinvio a giudizio, archiviazione significa “ mettiamo in freezer e vediamo se, nel frattempo, arrivano elementi nuovi, riapriamo l’indagine” e è proprio quello che probabilmente hanno fatto o stanno per fare i magistrati di Firenze e di Milano, che lavorano sulle stragi del 93 e i magistrati di Caltanissetta, che lavorano sulle stragi del 92.

Spatuzza: l'ultimo tassello di un mosaico già iniziato

Spatuzza non è un caso isolato, non è un fulmine a ciel sereno, dice “ oddio, c’è un mafioso che racconta che Berlusconi e Dell’Utri avevano rapporti con la mafia anche nel periodo delle stragi, chi l’avrebbe mai detto?!”, assolutamente no, Spatuzza è l’ultimo francobollino in un mosaico già pieno di tessere riempite, Dell’Utri è stato condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa dal Tribunale di Palermo nel 2004, quando Spatuzza ancora non parlava: segno evidente che c’era già un sacco di roba su Dell’Utri. Spatuzza fornisce altri particolari molto utili, in quanto Spatuzza era il braccio destro dei Graviano, che sono quelli che materialmente si sono occupati della strage di Via D’Amelio e delle stragi del 93 e che, guarda caso, abbandonarono Palermo e si trasferirono in pianta stabile a Milano, dove avevano dei grossi investimenti e, quando leggevano Il Corriere della Sera o, scusate, Il Sole 24 Ore per seguire i listini di borsa, erano molto attenti all’andamento delle azioni del gruppo Berlusconi. E poi va beh, c’è il famoso racconto che è tutto da riscontrare, di Spatuzza che incontra al Bar Doney di Via Veneto i Graviano i quali, alla fine del 93 inizio del 94, gli dicono “ siamo a posto”, “ erano felici”, dice Spatuzza, “ ci siamo messi il Paese nelle mani grazie a quello di Canale Cinque e al nostro compaesano” che, secondo Spatuzza, sono rispettivamente Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Queste sono le cose che vanno riscontrate, insieme a una serie di altri particolari: particolari che Spatuzza non lesina, avete sentito con quale precisione meticolosa racconta come era formato l’esplosivo che doveva fare detonare l’autobomba allo Stadio Olimpico nel gennaio del 94, quando invece la bomba non funzionò la prima volta e la seconda volta fu poi annullata, in coincidenza con la discesa in campo del Cavaliere.

Il gioco che sta facendo l’informazione, quella robaccia che chiamiamo informazione e che vedete a reti unificate in televisione, che leggete sulla stragrande maggioranza dei giorni, è proprio questo, è l’effetto vuoto: non hanno mai voluto parlare del processo Dell’Utri, la sentenza Dell’Utri è un oggetto misterioso, nessuno la conosce, salvo quelli che hanno letto qualche libo per altro fatto da Gomez e da me: non lo dico per vantarmi, ma è semplicemente un dato di cronaca. Non so quali altri libri contengano amplissimi stralci della sentenza Dell’Utri, non mi ricordo, non mi pare che i giornali gli abbiano dedicato grande spazio, quando uscirono le motivazioni nel luglio del 2005. Su Il Fatto Quotidiano nei prossimi giorni regaleremo un inserto con gli estratti principali della sentenza Dell’Utri: uno la legge e dice “ cavolo, ma qui c’è ben di più di quello che dice Spatuzza!”. I giudici del Tribunale di Palermo hanno scritto cose infinitamente più pesanti di quelle che ha detto il pentito Spatuzza, soltanto che non hanno avuto eco: perché non hanno avuto eco? Perché un conto è una cosa scritta da un Tribunale, per cui quando uno la legge dice “ beh, cavolo, non è definitiva questa sentenza, però intanto l’hanno scritta tre giudici del Tribunale di Palermo”, uno dei quali è Leonardo Guarnotta, Presidente del collegio, che era il braccio destro di Falcone e Borsellino dentro il pool dell’ufficio istruzione di Palermo, non stiamo parlando di una toga rossa sfegatata o di un giudice improvvisato, stiamo parlando del pool di Falcone, di uno dei pochi superstiti del pool di Chinnici e poi di Caponnetto. Se uno la legge l’effetto è drammatico, i giudici del Tribunale di Palermo scrivono che Dell’Utri è organicamente inserito in un contesto mafioso da trenta anni, se invece uno legge Spatuzza va beh, gli si può sempre raccontare “ sì, ma questo ha sciolto i bambini nell’acido, ha fatto le.. non possiamo mica fidarci di lui, quando parla di Berlusconi e di Dell’Utri”, invece dobbiamo fidarci di lui quando dice che ha fatto lui la strage, perché nessuno potrebbe mai teorizzare “ va beh, ci sono alcuni condannati all’ergastolo che con la strage non c’entrano niente, sono stati condannati per quella strage, sono in galera per una strage che non hanno fatto, ma poiché sono passati troppi anni lasciamo perdere, perché altrimenti Spatuzza poi ha ragione e, se gli diamo ragione su una cosa, diventa più difficile dargliela anche sull’altra”, è questo il garantismo? Tenere in galera all’ergastolo persone che non hanno fatto la strage e che sono state condannate per sbaglio per una strage e non riaprire il processo, soltanto perché la colpa se la prende Spatuzza? Possiamo tagliare i pentiti a metà, come faceva Silvan con le donne? Il pentito tagliato a metà: dalla cintola in giù va bene, dalla cintola in su non va bene? E’ questo che si vuole?! Se leggete i giornali, è esattamente questo che si vuole: nessuno mette in dubbio Spatuzza quando racconta per filo e per segno la storia della macchina, del blocco motore, dell’autobomba di Via D’Amelio, quello nessuno l’ha mai messo in discussione, su quello nessuno chiede riscontri, super riscontri etc., sul resto non solo si chiedono riscontri, che sarebbero giusti, ma si dice “ minchiate”: è il titolo dell’altro giorno di Feltri e di Belpietro su Il Giornale e su Libero, gli house organ, e è la stessa parola usata da Dell’Utri, minchiate. Si dice che Spatuzza, quando parla della strage, parla di una cosa che ha fatto lui e quindi ci possiamo fidare, quando parla invece dell’incontro del bar, ammesso e non concesso che ci sia stato l’incontro del bar, comunque lui riferisce una cosa che gli hanno detto i Graviano. A parte che è abbastanza probabile che il killer prediletto dai Graviano parlasse con i Graviano, che stavano, in quel periodo, tra Roma, Milano, Venezia e la Costa Smeralda, Porto Rotondo casualmente, ma il de relato creerebbe un problema, dice “ glielo hanno detto quelli lì” e allora andiamo a vedere nella sentenza di Dell’Utri se c’è qualche mafioso che racconta una cosa che ha visto e ha fatto lui con i suoi occhi. Sì, ce ne sono parecchie: a parte il fatto che nel processo Dell’Utri, quest’ultimo non è stato condannato per la parola dei pentiti, si potrebbero anche prendere i pentiti e espungerli da quel processo e la sentenza reggerebbe lo stesso, perché si regge anche su elementi oggettivi, come il libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo, la famiglia mafiosa di San Lorenzo, con scritta una cifra e vicino “ Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia; hanno trovato le agende di Dell’Utri, nelle quali risultavano appuntamenti a Milano con Mangano dopo le stragi, quando Mangano era capo della famiglia di Porta Nuova, che oggi sappiamo da Spatuzza essere l’alleata prediletta dei Graviano, che stavano facendo le trattative. Ci sono intercettazioni telefoniche del boss Guttadauro, che parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi, parliamo di intercettazioni registrate, ma troverete tutto nella sentenza che pubblichiamo su Il Fatto Quotidiano, intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono, cioè lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano”.

Quando Berlusconi e Dell'Utri incontravano il capo di Cosa Nostra

Abbiamo degli elementi oggettivi che non c’entrano niente con la parola dei pentiti che va e che viene, ma dato che l’episodio ci racconta come è iniziata questa lunga trentennale storia di rapporti con la mafia, è interessante sentirlo raccontare dal diretto interessato, dal testimone oculare, da quello che partecipava a quell’episodio, perché siamo intorno al 1974, quando Vittorio Mangano viene assunto come fattore, amministratore soprastante, si dice da quelle parti, della villa di Arcore, prelevato in Sicilia da Dell’Utri e portato a Milano, segnalato da Gaetano Cinà, che è considerato un mafioso della famiglia dei Malaspina e che è, guarda caso, uno dei migliori amici di Dell’Utri e, prima che Mangano venga assunto da Berlusconi nella sua villa, c’è un incontro a Foro Bonaparte negli uffici della Edilnord di Berlusconi, tra i capi della Fininvest, dell’Edilnord e i capi della mafia, che all’epoca erano Stefano Bontate e Mimmo Teresi e c’era pure Francesco Di Carlo. Quest’incontro non è così un vaneggiamento, è un incontro al quale Di Carlo partecipa, lo racconta con particolari molto vividi e molto precisi e i giudici del Tribunale di Palermo ritengono che quell’incontro ci sia stato e è lì che inizia tutto. Questo piccolo brano della sentenza sarebbe bene conoscerlo e tenerlo sempre presente in questi giorni, quando si sente dire “ uh, uh, figuriamoci Spatuzza!”, se uno mette insieme questa storia come è cominciata e il racconto di Spatuzza, che ci dice come è finita, ammesso che sia finita, perché forse non è finita, sapete che regna il terrore a Roma e a Arcore che si pentano i fratelli Graviano, che sono quelli che hanno fatto le stragi, ma sono anche quelli che nel 2004 dicono a Spatuzza in carcere “ o qui ci danno qualcosa - cioè ci alleviano un po’ questo regime carcerario - o sennò bisognerà andare a parlare con i magistrati di questi signori che hanno preso impegni e non li hanno mantenuti!”, il clima è lo stesso che precedette l’omicidio di Salvo Lima, quello che nella Prima Repubblica faceva le promesse e, a un certo punto, non è più riuscito a mantenerle. Spatuzza ha iniziato a parlare, i Graviano no, ma si teme che quel no sia un non ancora e allora è interessante vedere come è iniziata e abbiamo la fortuna di avere un testimone oculare di come è iniziata, già riscontrato dal Tribunale di Palermo: Francesco Di Carlo, il boss dei due mondi, il capo della mafia di Altofonte, quello che è stato tra l’altro accusato - poi il processo per il momento non ha portato alle condanne - di avere addirittura impiccato Roberto Calvi sotto il ponte dei Frati Neri. Dicono i giudici che già nei primi anni 70 - sentenza Dell’Utri dicembre 2004 - la mafia era sbarcata a Milano, organizzando - scrivono - “ numerosi sequestri di persona a scopo di estorsione, in relazione ai quali si deve univocamente intendere la funzione di garanzia e protezione che Mangano era chiamato a svolgere a tutela della sicurezza del suo datore di lavoro e dei suoi più stretti familiari”. Berlusconi ha paura dei sequestri, invece di rivolgersi ai Carabinieri si rivolge direttamente a quelli che i sequestri li facevano, ossia i mafiosi in trasferta a Milano. “Gaetano Cinà, detto Tanino, svolgeva tra la mafia a Palermo e a Milano - scrivono i giudici - un ruolo di intermediazione, come dimostra un episodio cardine: l’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate”, non il presunto incontro: i giudici di Palermo nella sentenza di Dell’Utri scrivono “ l’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate, capo supremo della mafia in quel periodo, fino al 1980 /81”, quando poi ci fu la guerra di mafia i corleonesi sterminarono gli uomini di Bontate, Teresi, Inzerillo etc..

L’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate, organizzato proprio per l’interposizione degli odierni imputati, Cinà e Dell’Utri, sul quale ha riferito Di Carlo Francesco all’inizio della sua collaborazione: nel 1976 Francesco Di Carlo diventa il capo della famiglia mafiosa di Altofonte, lo rimane fino alla fine degli anni 70, poi viene ricercato, si dà alla latitanza e, nel 1985, viene arrestato in Inghilterra per un grande traffico internazionale di droga e viene condannato a 25 anni dalla magistratura inglese. Nel 1996, tredici anni fa, inizia a collaborare con la magistratura. “Di Carlo - scrivono i giudici - ha riferito dei buoni rapporti di amicizia intrattenuti nel tempo con Cinà. Tramite Cinà aveva avuto modo di conoscere Dell’Utri, presentatogli amichevolmente dal Cinà nei primi anni 70, in un bar vicino al negozio gestito dallo stesso Cinà”, il quale a Palermo aveva una lavanderia e un negozio di articoli sportivi in Via Archimede. “ A breve distanza dalla sua presentazione a Dell’Utri, il collaborante Di Carlo aveva incontrato a Palermo il Cinà, mentre questi - Cinà - era in compagnia di Stefano Bontate e Mimmo Teresi, il numero uno e il numero due della mafia. Dovendo tutti recarsi a Milano nei giorni successivi, proposero di incontrarsi nella città lombarda e si diedero appuntamento negli uffici che Ugo Martello - che era un uomo delle cosche che risiedeva a Milano - aveva in Via Larga, nei pressi del duomo di Milano. Dopo aver pranzato insieme al ristorante vicino al duomo di Milano - quindi partono i mafiosi, vanno a Milano - a Di Carlo venne proposto di accompagnarli a un incontro che avrebbero avuto di lì a poco con un industriale, tale Silvio Berlusconi e con Dell’Utri e ecco l’incontro. Dell’Utri li accolse in quest’ufficio - Edilnord, Foro Bonaparte- e li condusse in una sala dove attesero l’arrivo di Berlusconi, con il quale cominciarono poi a parlare di edilizia”, non so se vi è chiaro, Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo, i capi della mafia, vanno a Foro Bonaparte, sede dell’Edilnord, vengono accolti da Marcello Dell’Utri e, a un certo punto, arriva Silvio Berlusconi e si tiene questo vertice tra i capi della mafia e i capi della Edilnord, uno dei quali oggi è il nostro Presidente del Consiglio e l’altro è un parlamentare della Repubblica Italiana.

Dice Di Carlo, ricordando perfettamente quell’incontro - vedrete i particolari - “ a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati: una stretta di mano, con Tannino Cinà si è baciato, con gli altri si è baciato, con me no”, conosceva gli altri, Di Carlo lo conosceva meno, il bacio è il saluto che si fa tra mafiosi o amici dei mafiosi. Pensate se oggi Spatuzza dicesse di aver visto Dell’Utri baciare qualche mafioso: “ scandalo, orrore”, direbbe “ ah, ah, ricominciano con il bacio!”. Bene, qui c’è già un incontro, nel 74, con baci e ribaci, riscontrato dai giudici del Tribunale di Palermo; “con Grado- c’era anche Nino Grado, un altro mafioso che lavorava a Milano e era proprio un grande incontro, un summit- che si conosceva bene, hanno avuto battute di scherzo, si è baciato (Dell’Utri) anche con Stefano Bontate, il capo della mafia. Dopo un quarto d’ora è spuntato questo signore sui 30 anni e rotti e hanno presentato il Dott. Berlusconi a tutti”, arriva un giovane Berlusconi, “ certo non era quello di adesso senza capelli, aveva i capelli, era un castano chiaro, maglioncino a girocollo, una camicia sotto, un pantalone jeans , sportivo era comunque”, dice Di Carlo, “ tant’è che alla fine Cinà disse “ stamattina hanno fatto un’ora come le donne a truccarsi, a pitturarsi: Bontate e Teresi sembrava.. chi dovevano incontrare? E quello è venuto in jeans e maglioncino”, loro si erano messi tutti in tiro da cerimonia e arriva Berlusconi sportivo. “ Ci hanno offerto il caffè - è sempre Di Carlo che racconta - e, quando arriva Berlusconi, cominciano a parlare di cose più serie: lavoro, ognuno che attività faceva, Teresi stava facendo due palazzi a Palermo, “ lei, dottore, sta facendo una città intera, Milano 2” e lui “ non c’è molta differenza tra organizzare un’amministrazione, curarne due o curarne venti”, Berlusconi ha fatto dieci o venti minuti di parlare, ci ha dato una lezione economica e amministrativa - i soliti pipponi che attacca Berlusconi in questi casi - perché aveva in costruzione una città 2, come chiamavano Milano 2”. I giudici proseguono: “ durante l’incontro venne affrontato anche il discorso della garanzia”, cioè di Mangano che diventava la garanzia di Berlusconi contro possibili attività mafiose nei suoi confronti, “e bisogna anche vedere in cambio che cosa fornisce il Cavaliere - in cambio di quella garanzia - Bontate rassicurò il suo interlocutore (Berlusconi), valorizzando la presenza al suo fianco di Dell’Utri e garantendo il prossimo invio di qualcuno”, qui non c’è ancora Mangano presente, non hanno ancora designato Mangano come garanzia dentro la casa di Berlusconi per conto della mafia. Racconta ancora Di Carlo: “ a Milano succedevano un sacco di rapimenti perché, quando c’era Liggio fuori (Luciano Liggio), quello aveva intenzione di portarsi tutti i soldi del nord a Corleone, grassava gli imprenditori sequestrandoli, prendendo il riscatto e portando giù i loro soldi. Aveva ragione Berlusconi a essere preoccupato: hanno parlato che lui aveva dei bambini, dei familiari, che non stava tranquillo e avrebbe voluto una garanzia. Berlusconi ha detto a Stefano (Bontate): “ Marcello mi ha detto che lei può garantirmi questo e altro” (Marcello è Dell’Utri) e allora Stefano Bontate ha detto “ lei può stare tranquillo, se dico io che può stare tranquillo deve dormire tranquillo”- “eh, sono il capo della mafia!”- lei avrà persone molto vicine che, qualsiasi cosa lei chiede, avrà fatta e lei rassicurandolo”: lei avrà persone molto vicine che, qualsiasi cosa lei chiede, avrà fatto.

“Poi ha un Marcello qua vicino”, gli dice Bontate, “ c’è Dell’Utri qua vicino a lei, per qualsiasi cosa si rivolge a Marcello”, “Marcello dei nostri e dei suoi contemporaneamente, no? Quindi più sicuro di così..”, “perché Marcello è molto vicino a noi altri”, dice Stefano Bontate a Silvio Berlusconi, “ noi di Cosa Nostra prima minacciavamo e poi ci andavano a fare la garanzia”, dice Di Carlo. La mafia che fa? Ti minaccia e poi ti dice “ ti garantisco io contro le mie stesse minacce”, è la tipica estorsione. “ Era una cosa normale in Cosa Nostra, altrimenti che bisogno ha uno di chiedere - di chiedere protezione - se la sua incolumità non è messa in dubbio?”. Dunque, scrivono i giudici, “ ci fu una richiesta di protezione al Bontate e Berlusconi chiede di essere protetto da Bontate, ma Bontate fece una proposta a Berlusconi a conferma delle aspettative che il capo di Cosa Nostra riponeva in questo primo contatto”, avevano agganciato un grosso palazzinaro del nord che stava costruendo un’intera città, grazie a Dell’Utri e a Cinà che li avevano messi in contatto. Di Carlo dice, nell’interrogatorio al processo, “ Bontate ci ha detto - a Berlusconi - ma perché non viene a costruire a Palermo, in Sicilia?”” e Berlusconi che cosa gli risponde? Con una battuta, un sorriso sornione, “ ma come? Debbo venire proprio in Sicilia? Ma come? Qua con i meridionali e i silicani ho problemi qua e debbo venire là?” e Stefano Bontate ci ha detto “ ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”, Berlusconi, anche lui, alla fine, ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa: “ quello che serve a voi ve lo do io, quello che serve a me, me lo date voi”, questo è il rapporto.

Gli interessi convergenti di Bontate e Berlusconi

Berlusconi alla fine ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa anche lui: lo dicevano a Marcello, quello che dovevano chiedere lo chiedevano a Marcello, Marcello lo chiedeva a lui e lui faceva. Bontate ebbe una buonissima impressione e dice “ Cosa Nostra dobbiamo incominciare a farla ingrandire, un giorno cominciamo a combinare - cioè a affiliare alla mafia - gente fuori dalla Sicilia, perché ce ne sono tanti che discutono meglio dei siciliani”, vuole addirittura affiliare gente non siciliana alla mafia, gli sono piaciuti questi contatti con questo milanesino sportivo. Quello che accade subito dopo lo ricostruisce il Tribunale e dice che “ il racconto di Di Carlo è nitido, preciso e pienamente compatibile con il resto delle emergenze processuali”, quindi i riscontri ci sono.

“ Una volta usciti dagli uffici, Cinà si era rivolto a Teresi e a Bontate e, facendo riferimento alla persona che avrebbe potuto essere mandata a Arcore, fece il nome di Mangano Vittorio, conosciuto dallo stesso Di Carlo come un uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, in quegli anni aggregata al mandamento di Stefano Bontate”, in quel periodo Mangano era un uomo di Bontate. “ Di Carlo ha riferito che Cinà, rispondendo a una sua domanda.. dice, Di Carlo, “ mi ha detto (Cinà) che c’era Vittorio Mangano, ci avevano messo vicino a Berlusconi, non certamente come stalliere, non offendiamo il signor Mangano, perché Cosa Nostra non pulisce stalle a nessuno, non fa lo stalliere a nessuno, Cosa Nostra ha un potere enorme e allora hanno messo a abitare lì a Milano, trafficava nello stesso tempo e si faceva la figura che Berlusconi aveva qualcuno vicino di Costa Nostra e Stefano l’aveva vicino. Berlusconi aveva vicino Mangano e Stefano aveva vicino Berlusconi”. Di Carlo ha riferimento che in seguito, in relazione a quest’incontro milanese, Cinà gli aveva manifestato il suo imbarazzo, perché gli era stato detto di chiedere 100 milioni a Berlusconi. Intorno al 77 /78 - stiamo parlando di un periodo dove Mangano ormai non è più a Arcore, Mangano è a Arcore dal 74 al 76, poi se ne va a abitare in un albergo a Milano - Cinà aveva chiesto il suo interessamento (di Mangano), in quanto Dell’Utri si era nuovamente rivolto a lui per il problema relativo all’installazione delle antenne per la diffusione del segnale televisivo”, stavano riempiendo l’Italia di antenne per Canale Cinque. “ Anche in quel caso le somme corrisposte a Cosa Nostra erano a titolo di garanzia””.

Ora che Di Carlo dica la verità in merito all’incontro milanese tra Bontate e Berlusconi, per i giudici lo dimostrano le dichiarazioni di altri collaboratori: Antonino Galliano racconta che Cinà gli disse tutto, dall’incontro milanese tra Berlusconi e Bontate alla diretta corresponsione di somme di denaro in favore di Cosa Nostra, Berlusconi o la Fininvest, o qualcuno dei suoi, pagavano regolari somme a Cosa Nostra e infatti, come vi ho detto, in un libro mastro trovato nella sede della cosca di San Lorenzo a Palermo trovano una cifra con scritto vicino “ Canale Cinque, regalo”, non era quindi il pizzo chiesto da Cosa Nostra, era un regalo che la Fininvest faceva ai mafiosi della cosca di San Lorenzo, dove sorgevano alcuni ripetitori.

“Salvatore Cucuzza - un altro pentito - ha riferito confidenze ricevute da Mangano del tutto analoghe, anche sulle periodiche somme di denaro pari a 50 milioni di lire l’anno, versate a Costa Nostra da Berlusconi e inizialmente ritirate da Mangano, delle quali parlano anche Francesco Scrima e Francesco La Marca, altri due pentiti, in ordine alle lamentele del Mangano per la mancata successiva percezione di queste somme”, ogni tanto si dimenticavano di pagare. E poi c’è il finanziere Rapisarda che racconta come Bontate riciclò i soldi delle cosche nelle aziende, nei cantieri e nelle televisioni di Berlusconi, ma questo è un altro capitolo. Immaginate se qualcuno avesse mai raccontato queste cose: oggi, a sentire Spatuzza, uno direbbe “ ma è acqua fresca rispetto a quello che c’è!”, invece purtroppo nessuno ha mai raccontato queste cose e, quando qualcuno ha osato raccontarle, è stato sbattuto fuori dalla televisione, come è successo a Luttazzi, come è successo a Biagi e come è successo a Michele Santoro. Abbiamo un lungo vuoto televisivo, grazie all’editto bulgaro, che fa sì che oggi si fatichi a recuperare il tempo perduto, ammesso che qualcuno lo voglia fare - giovedì sera a Annozero credo che parleremo di questi temi - e così, quando Spatuzza riprende quel filo, in realtà nessuno lo conosce quel filo e sembra un fulmine a ciel sereno, un fungo spuntato all’improvviso a dire delle cose assolutamente incredibili, mentre in realtà se le cose sono cominciate come vi ho letto, le cose che dice Spatuzza sono ampiamente credibili, la mafia aveva bisogno di qualcuno che prendesse il posto della Prima Repubblica, che stava ormai alla frutta.

Seguite Il Fatto Quotidiano, perché questa settimana daremo molte informazioni anche su questi temi, mi permetto di darvi due suggerimenti, anzi tre, visto che forse è un periodo in cui qualcuno pensa a che cosa regalare a Natale agli amici: naturalmente il primo regalo che vi suggerisco è un abbonamento da regalare agli amici a Il Fatto Quotidiano, magari al versione on- line oppure alla versione postale, se andate sul nostro sito abbiamo anche il nuovo blog antefatto.it, nuovo di zecca, con tutte le iniziative per gli abbonamenti natalizi, c’è quello che vi ho già segnalato la settimana scorsa, il dvd “ Democrazya”, che in realtà è impronunciabile perché c’è crazy dentro a “ crazia”, crazy vuole dire che siamo un Paese di pazzi, ovviamente questo è il diario politico di quest’anno, che è stato fatto con dei contributi filmati e il meglio, o almeno quello che ci è sembrato il meglio, di Passaparola, “Democrazya 2009”, trovate sul blog di Beppe e anche su “ voglio scendere” tutte quante le istruzioni e poi vorrei iniziare una piccola abitudine, quella di segnalare dei libri di informazione che possono servire. Questa settimana vi segnalo “ Come funzionano i servizi segreti: dalla tradizione dello spionaggio alle guerre non convenzionali del prossimo futuro”, è scritto da un grandissimo esperto di servizi che sta dalla parte giusta, naturalmente, e che è il professor Aldo Giannuli. Il libro è pubblicato da Ponte alle Grazie, “ Come funzionano i servizi segreti” e poi, naturalmente, continuate a leggere Il Fatto Quotidiano. Passate parola.


NOSTRO COMMENTO: Fate girare questo interessante video di Marco.

 

Di Ferdy - Pubblicato in : Mafia
Scrivi un commento - Vedi i 0 commenti - Segnala
Giovedì 3 dicembre 2009 4 03 /12 /2009 12:16

La mafia non esiste, Berlusconi e Dell'Utri invece si - Marco Travaglio

Fonte:StaffGrillo


Buongiorno a tutti. Sembra di essere ritornati a dieci o quindici anni fa, quando partirono le prime indagini sui rapporti mafia /politica a proposito degli ambienti berlusconiani. La caratteristica che accomuna quei tempi ai tempi di oggi, ai giorni di oggi, è che nessuno risponde mai sul merito delle questioni e si alzano sempre dei grandi polveroni, delle grandi parole d’ordine.

Chi sono i "pentiti"
Vi faccio qualche esempio: in questi giorni si sta cercando di rispondere alle nuove rivelazioni che, tra un attimo, vi riassumerò, con argomenti del tipo “ ma questi pentiti sono gente che ha sciolto i bambini nell’acido, sono gente con venti ergastoli, sono gente che ha ammazzato per tutta la vita, sono dei mafiosi: come facciamo a fidarci di loro?”, in realtà non c’è nessun rapporto tra il fatto che uno abbia commesso dei gravissimi delitti e il fatto che racconti bugie. Possono esserci persone che raccontano bugie e non hanno commesso mai alcun delitto e persone che dicono la verità e che hanno passato la vita a delinquere: del resto, il fatto che il pentito dica la verità lo si verifica quando parla dei propri delitti, prima di fare i nomi dei suoi complici e dei suoi mandanti; di solito il pentito è uno che ha confessato i delitti di cui stiamo parlando e quindi sappiamo che ha commesso i delitti di cui stiamo parlando proprio perché l’ha detto lui e, grazie a quelle confessioni, è stato poi condannato a più ergastoli, anche se la legge consente ormai dei modici, prima erano molto più abbondanti, quando la legge la ispirò Falcone erano molto più abbondanti, sconti di pena e benefici carcerari.

Naturalmente a qualcuno potrà anche ripugnare il fatto che si vadano a sentire dei pentiti di mafia per sapere le cose di mafia: purtroppo non si è  mai trovato nessun altro, se non i mafiosi, che fosse in grado di raccontare che cosa succede nella mafia, perché? Perché la mafia è una società segreta, gli affiliati hanno il vincolo della riservatezza assoluta, non possono neanche dire, ovviamente, in giro di essere mafiosi, non possono dirselo neanche tra loro, salvo alcune circostanze molto normate dalle regole mafiose e conseguentemente, per sapere qualcosa della mafia, bisogna sentire i mafiosi. Poi, naturalmente, bisogna verificare che dicano la verità, ma non è che uno, perché è mafioso, sia di per sé bugiardo e dopodiché in questi anni abbiamo visto centinaia, centinaia e centinaia di pentiti: di pentiti che hanno raccontato bugie ce ne sono pochissimi, quando leggete sui giornali “ non dimentichiamo che i pentiti sono quelli che avevano detto che Andreotti aveva baciato Riina”, intanto è una truffa, perché Balduccio Di Maggio non disse che Andreotti aveva baciato Riina, aveva detto un’altra cosa, ossia che quando Andreotti entrò nella casa di Nino Salvo e incontro Riina, quest’ultimo gli si fece incontro e lo baciò sulla guancia, per cui è Riina che saluta con il bacio rituale Andreotti e non viceversa, ma in ogni caso non c’è scritto da nessuna parte che quella sia una bugia, non c’è nessuna delle sentenze Andreotti che dica che Balduccio Di Maggio mentiva, c’è semplicemente scritto che non sono stati trovati riscontri sufficienti per ritenere che quell’incontro, raccontato da Di Maggio, ci sia stato, ma non c’è scritto che ci sono le prove che non c’è stato, tant’è che nessuno, neanche uno dei 38 pentiti che accusavano Andreotti è mai stato incriminato per calunnia, cosa che sarebbe stata obbligatoria nel caso in cui i giudici avessero riscontrato che anche solo uno di quei 38 aveva mentito e del resto, come sapete e come purtroppo non sa Eugenio Scalfari, il quale ieri ha parlato di un processo che è finito in assoluzione in parte con formula piena e in parte con formula dubitativa. Non c’è nessuna assoluzione con formula piena nel processo Andreotti, Andreotti fu assolto con la vecchia insufficienza di prove in primo grado, in appello gli fu peggiorata la sentenza di primo grado, ribaltandone la parte del periodo fino al 1980 e lì fu dichiarato colpevole, ma prescritto per il reato commesso di associazione a delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980. Dopo il 1980 fu confermata l’assoluzione per insufficienza di prove, che era stata data in primo grado. La Cassazione confermò la sentenza d’appello, per cui so che è suggestivo dire “ beh, ma quelli sono dei mafiosi che hanno sciolto i bambini nell’acido”: è vero, infatti è proprio per quello che sono dei testimoni privilegiati per raccontare quello che succede dentro la mafia, perché loro ne hanno fatto parte; certo, sarebbe bellissimo poter avere dei testimoni di mafia che hanno sempre fatto, nella loro vita, i frati francescani o le suore clarisse, ma purtroppo i frati francescani e le suore clarisse della mafia non sanno una mazza, perché non ne hanno mai fatto parte e conseguentemente è ovvio che, per sapere quello che succede in un’organizzazione criminale, bisogna sperare che qualcuno all’interno di quell’organizzazione criminale ce lo racconti. Del resto lo vedete, per qualunque delitto venga a essere commesso si vanno a cercare le persone più vicine alla vittima e, quando si scopre che c’è un’organizzazione criminale, si vanno a cercare tutte le persone che fanno parte di quell’organizzazione criminale, nella speranza che una di queste collabori con la giustizia. Se ci state attenti, la figura del pentito in realtà non esiste: chi è il pentito? Il pentito è un delinquente che, quando viene preso, ha due possibile strade, quando viene scoperto: la prima è negare tutto e tenere per sé i suoi segreti e coprire i suoi complici, i suoi capi e i suoi mandanti; l’altra è quella di rispondere alle domande dei magistrati e dire la verità, in tutti i Paesi del mondo chi risponde ai magistrati e dice la verità, ma non soltanto mafioso, anche membro di un’organizzazione dedita alle rapine, ai furti, all’immigrazione clandestina, al terrorismo etc., chi risponde e dice la verità ha delle attenuanti, dei premi, perché? Perché tutti gli Stati seri hanno tutto l’interesse a fare in modo che sempre più gente collabori con i giudici e con le forze dell’ordine, aiutando a scoprire anche gli altri personaggi o a scoprire gli altri reati che hai commesso, ma che i magistrati non sanno ancora che tu hai commesso. Per cui il pentito di mafia, come di terrorismo, non è una figura particolare: esiste in tutti i tipi di reati e in tutti i Paesi, c’è semplicemente, quando ti prendono, la possibilità o di mentire, di tacere e tenerti tutto dentro coprendo i tuoi complici, oppure collaborare. Se collabori è ovvio che lo Stato ti tratta meglio, dopo aver verificato che la tua collaborazione, ovviamente, è genuina: genuina non perché sei diventato buono, ma genuina perché hai detto la verità, poi se sei sempre stronzo come prima, oppure se sei diventato buono, quello allo Stato non deve interessare, allo Stato deve interessare se quello che hai detto è vero e per questo si vanno a fare i controlli.

Tante balle, poche risposte
Sentite dire tante stupidate in questi giorni: sentite dire, per esempio, che questa storia del concorso esterno in associazione mafiosa ce l’abbiamo solo noi etc., intanto abbiamo la mafia, abbiamo Cosa Nostra e gli altri Paesi non ce l’hanno, abbiamo la camorra e gli altri Paesi non ce l’hanno, abbiamo la ‘ndrangheta e gli altri Paesi non ce l’hanno, per cui è ovvio che ciascuno si occupa dei reati tipici del suo Paese. Certo in Danimarca non c’è il concorso esterno in associazione mafiosa, perché non c’è l’associazione mafiosa e conseguentemente non c’è nessuno che può concorrere, ma il concorso esterno in associazione mafiosa è un reato che la Corte di Cassazione ha già definito molto precisamente come il reato che viene commesso da quelle persone che non fanno parte permanentemente degli organici della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta ma che, pur facendo un altro mestiere, sono a disposizione non per fare una volta un favore, in quanto quello si chiama favoreggiamento, ma per essere sempre a disposizione dell’organizzazione per ogni evenienza e in qualunque momento. Questo è il concorso esterno in associazione mafiosa. E’ evidente che il buonsenso ci spiega e ci dice che è giusto che esista questo reato, perché altrimenti come viene punito il medico che, pur non essendo affiliato con il rito della punciuta, della santina, della scorza d’arancio etc., ogni volta che gli portano un latitante o un killer ferito lo cura, senza dire di averlo curato? Come definire il prete che celebra matrimoni, funerali, sacramenti vari alle famiglie dei latitanti? Come definire il poliziotto che avverte i mafiosi dei blitz, come faceva Bruno Contrada quando era a Palermo? Infatti è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Che dire del politico che, pur non essendo mafioso di suo, è al servizio della mafia, nel senso che ogni volta che la mafia ha bisogno di un appalto, di un favore, di un’agevolazione, di un certificato etc...? Pensate all’impiegato dell’anagrafe che fa i documenti e rilascia i certificati ai mafiosi latitanti, pensate all’imprenditore che dà i subappalti regolarmente: non sono mica organici alla mafia, stanno ciascuno a casa propria, fanno ciascuno il proprio lavoro e, quando Mamma Santissima chiama, picciotto risponde, ma non sono affiliati e quindi sarebbe assurdo condannarli per associazione, partecipazione all’associazione, questo è il concorso esterno: è una cosa normalissima. E’ ovvio che a nessuno verrebbe mai in mente di fare il processo a qualcuno perché ha incontrato un altro: adesso leggete sui giornali che per il concorso esterno, basta incontrare uno al bar, ma sono tutte stupidaggini; la Corte di Cassazione ha stabilito che il concorso esterno regge, fino alla Corte di Cassazione appunto, soltanto quando si dimostra che c’è un asservimento della persona che sta fuori dalla mafia della mafia, che c’è una serie di condotte protratte negli anni, non un solo episodio o due episodi, che sarebbero singoli favoreggiamenti e che c’è uno scambio, un do ut des: io politico, poliziotto, prete, magistrato colluso, imprenditore, impiegato etc., ti faccio quello che tu mi chiedi e tu, in cambio, mi dai quello che voglio io, come i voti nel caso del politico, dei soldi nel caso del medico a libro paga, o cose di questo genere. Questa è protezione dagli attentati che ti faccio io stesso, nel caso dell’impresario o dell’imprenditore, questo è il concorso esterno, che naturalmente era considerato fondamentale da Falcone e Borsellino, che infatti furono i padri del reato di concorso esterno, visto che ne definirono i contorni per la prima volta, a proposito della mafia, nella sentenza /ordinanza del processo Maxi Ter a  Cosa Nostra nel luglio del 1987, per cui quando sentite che Falcone e Borsellino non avrebbero mai usato il concorso esterno, sono tutte stupidaggini, in quanto l’hanno teorizzato loro, anche se l’idea che una grande associazione criminale si serva di personaggi esterni a sua disposizione non è nuova, ci sono già sentenze della Corte di Cassazione addirittura nell’800, quando la Corte di Cassazione aveva sede a Palermo, che configurano il concorso esterno in brigantaggio, perché all’epoca c’era o lo chiamavano brigantaggio, anche se somigliava molto alla mafia.

Soprattutto in questi giorni sentite dire che c’è una giustizia a orologeria, cioè che ci sono questi pentiti e questi magistrati che, a un certo punto, si mettono d’accordo tutti nazionale per spodestare Berlusconi. Chi dice questo, oltre a essere totalmente in malafede - infatti chi è che lo dice? Berlusconi - non sa come avvengono gli interrogatori e come iniziano le collaborazioni con la giustizia dei mafiosi. Il mafioso, come tutti gli imputati di reati gravi, ovviamente all’inizio centellina le cose: perché? Perché sta iniziando a collaborare con quello che è stato il suo nemico storico, il mafioso viene allevato fin da piccolo a odiare lo Stato, essendo lui un affiliato all’Antistato e quindi, l’idea di collaborare con i cosiddetti sbirri anche psicologicamente è un trauma, per cui all’inizio è faticosissima la collaborazione, è faticosissimo confessare le proprie colpe, è superfaticosissimo fare i nomi dei propri capi, con i quali si è legati o da parentela di sangue, o da una sorta di osmosi, dopo aver fatto tutto ciò che si è fatto (omicidi, paura, terrore anche per sé, perché certamente chi fa la vita del latitante può essere scoperto da un momento all’altro) tutto in osmosi con la propria famiglia, cioè con il proprio clan mafioso. L’idea di dover fare i nomi di tutti i tuoi amici, di tutti i tuoi capi che ti hanno dato soldi, prestigio, uno status sociale etc. è molto traumatico, conseguentemente ci si arriva per gradi. A volte bisogna proprio cavargliele con le pinze, certe cose ai pentiti: perché? Perché comunque distaccarsi dal proprio ambiente è un po’ come per il pesce che, a un certo punto, esce dall’acqua: non è facile e, a un certo punto, si pone il problema dei livelli superiori, ossia delle coperture politiche. Ora immaginate quale pazzo suicida mafioso decide spontaneamente, mettendosi d’accordo con il magistrato, dice “ adesso facciamo il nome di Berlusconi di Dell’Utri, così li buttiamo giù”, ma pensare che le cose vadano così significa non capire niente; il mafioso, prima di fare il nome di un uomo potente della politica o dell’economia, ci pensa milioni di volte e infatti da sempre abbiamo questa reticenza a parlare dei politici: perché? Perché il passato è maestro, la storia è maestra, almeno per i mafiosi: Buscetta, quando Falcone gli chiede dei politici, dice “ non apriamo questa porta, perché altrimenti prenderanno per matto lei e ammazzeranno me, oppure prenderanno per matto me e ammazzeranno lei, perché finché faccio i nomi di tutti i miei pari grado e di tutti i miei sottoposti non fregherà niente a nessuno, arresterete qualche vecchio mafioso, qualche pecoraio, qualche killer, il giorno dopo verranno immediatamente sostituiti e nessuno ci farà caso, ma se mi metto a fare certi nomi cominceranno a dire che lei è politicizzato, che lei strumentalizza i pentiti, che lei fa giustizia a orologeria” e Falcone, con un concetto un po’ elastico dell’obbligatorietà dell’azione penale, accetta che Buscetta non faccia i nomi dei politici. Per altro, nello stesso periodo, interrogato da un giudice americano che non aveva l’obbligatorietà dell’azione penale, perché in America l’azione penale è discrezionale, Buscetta fece il nome di Andreotti già nell’83, cioè dieci anni prima che venisse fuori il nome di Andreotti nelle inchieste di Palermo, vivo Falcone. In ogni caso è sempre successo così: il pentito, prima di fare i nomi di politici ci pensa duemila volte, deve capire se il giudice è affidabile e deve capire, soprattutto, se il giudice è un pazzo scatenato che prende delle iniziative, o se ha un potere reale alle spalle, cioè lo Stato vuole veramente che io, mafioso, faccia quei nomi, oppure appena li faccio lo Stato mi viene addosso? Perché il mafioso i rapporti di potere li annusa molto bene e quindi, se di fronte a lui c’è un interlocutore forte, autorevole, prestigioso, anche mediaticamente importante come era Falcone quando interrogava Buscetta, Falcone era una star giustamente, per fortuna, Buscetta parlava e voleva parlare solo con Falcone e tutti volevano parlare solo con Falcone o con Borsellino poi, esattamente come a Milano i “ pentiti” della politica e dell’economia ai tempi di tangentopoli volevano parlare con Di Pietro. Perché? Perché il criminale, colletto bianco o mafioso, avverte la calamita del potere e quindi dice, “ se parlo con un giudice abbastanza intoccabile non mi succede niente, se parlo con un pivellino che viene qua, mi fa fare tutti i nomi e dopodiché il giorno dopo lo trasferiscono in Sardegna io cosa ci faccio? Rimango con il cerino in mano”.

Berlusconi, Dell'Utri, Spatuzza e i Graviano
Quindi figuratevi se Spatuzza o gli altri della cosca di Brancaccio, cioè del clan Graviano, sono andati così a cuor leggero davanti ai magistrati di Firenze, di Milano, di Palermo, di Caltanissetta a.. “ sapete che c’è oggi? Oggi parliamo di Dell’Utri e di Berlusconi”, cioè del capo del governo e del suo braccio destro, ma non avviene così, avviene per gradi. Ecco perché il mafioso che collabora con la giustizia ha bisogno di un congruo periodo di tempo, perché è una nuova vita, è un nuovo modo di pensare, di porsi, sta facendo una cosa che mai avrebbe pensato di fare prima e quindi la stessa memoria non è che ti venga di colpo, hai lavorato 40 /50 anni per la mafia e come fai a ricordarti tutto subito? E’ chiaro che da cosa nasce cosa, da domanda nasce risposta: basta un qualcosa per farti ricordare e riportare alla mente un episodio, per cui stiamo parlando di un lavorio che dura da qualche mese, dove i magistrati, come abbiamo visto, registrano gli interrogatori, non è che facciano le cose.. fanno le domande che tutti farebbero in quel momento, per sapere chi diavolo suggerì a Riina l’omicidio di Borsellino e chi diavolo indicò a Bagarella e ai Graviano gli obiettivi strani, eccentrici all’apparenza di Maurizio Costanzo in Via Fauro, del padiglione di arte moderna e contemporanea in Via Palestro a Milano, delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni Laterano a Roma e, prima, della Torre dei Pulci vicina agli Uffizi, in Via dei Georgofili a Firenze. Questi sono gli argomenti, dopodiché Spatuzza che cosa fa? Quest’estate parla inizialmente di entità politiche, poi a furia di insistere dice anche chi erano e poi, ancora, dettaglia meglio ciò che gli dicevano i Graviano, perché lui personalmente non ha mai visto Berlusconi e Dell’Utri incontrare i Graviano, mentre dice di aver visto Schifani incontrare Graviano in un capannone di una fabbrica dove lui lavorava, era un lavoro di copertura. Allora racconta quello che gli dicevano Filippo e Giuseppe Graviano nei mesi delle stragi: se Spatuzza fosse uno mandato dalla sinistra - figuratevi se la sinistra è in grado di mandare qualcuno, tra l’altro! La sinistra non è in grado neanche di esistere! Ma- se fosse mandato da qualche potere occulto per fulminare Dell’Utri e Berlusconi, certamente racconterebbe di averli visti o di aver visto uno dei due, o di aver accompagnato i Graviano a incontrare Dell’Utri e Berlusconi, insomma fornirebbe degli elementi robusti che paff, ti danno la prova di un qualche incontro, tanto inventare per inventare inventatele bene le cose, se vuoi complottare. Invece no, Spatuzza non racconta niente di cose viste da lui: Spatuzza si ferma a quello che ha sentito dire da Graviano e dopodiché che cosa fanno i giudici? Vanno da altre persone che frequentavano Spatuzza per dire loro “ ma a voi Spatuzza ha mai detto prima queste cose qua etc.?” e molte di queste dicono “ sì, certo”, è così che stanno andando avanti le indagini, non c’è nessuna ombra di complotto, proprio perché ci sono magistrati che stanno indagando da 16 anni, 17 anni sulle stragi che continuano imperterriti a indagare sulle stragi, ben sapendo che c’è un lato B delle stragi che non è mai stato esplorato, perché nessuno ha mai voluto inoltrarvisi, o perché quei pochi collaboratori di giustizia che ci si erano inoltrati non bastavano, in quanto parlavano tutti de relata refero, cioè avevano sentito parlare i loro capi o i loro colleghi di certi ambienti, ma non erano in grado di portare degli elementi probanti sufficienti a giustificare un giudizio, ma molto lavoro era già stato fatto prima. Chi di voi ha letto “ L’Odore dei Soldi” trova le requisitorie del giudice Tescaroli, ci sono le confessioni di Salvatore Cancemi, che tira in ballo per primo Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi, ci sono molti altri collaboratori di giustizia che corroborano, c’è la sentenza Dell’Utri, dove si parla anche del suo ruolo nel periodo delle stragi; c’è Giovanni Brusca che racconta molte cose delle trattative delle stragi, anche se a mio avviso non ha detto tutto, c’è molto di più nella testa di Brusca e questo dimostra ancora una volta la paura con cui i pentiti affrontano gli argomenti della politica, altro che buttare lì il cuore oltre l’ostacolo per cacciare via un governo! Semmai mentono per difetto, perché dicono molto meno di quello che sanno, anche perché se dici una cosa che sai e poi non si trovano i riscontri magari qualcuno potrebbe anche pensare che sei un calunniatore, mentre semplicemente sei una persona che ha detto una cosa che poi, anni dopo, non si è riusciti a dimostrare. Uno ha visto un tizio e come fa a dimostrare di averlo visto anni dopo?

Tenete presente che molto spesso il pentito, che viene dipinto come un fanfarone, un chiacchierone etc., in realtà dice molto meno sul tema mafia e politica di quello che sa, non molto di più, molto di meno, perché  ha paura, giustamente ha paura: già solo per il fatto che, se mente, gli sterminano l’intera famiglia fino al terzo grado e poi vedete le campagne di stampa che si fanno contro i pentiti, non appena fanno certi nomi e questi non sono mica scemi, se non capiscono proprio che lo Stato vuole fare sul serio in certe indagini, col cavolo che fanno certi nomi!
Spatuzza che cosa dice? Spatuzza, in estrema sintesi, dice questo: dice che nel gennaio del 1994 i fratelli Graviano - che sono quelli che vengono incaricati di fare, nella primavera /estate del 93.. scusate, che sono stati incaricati di fare le stragi della primavera /estate del 93, stragi che quindi c’erano state sei mesi prima, perché qui siamo nel gennaio del 94, ebbene i fratelli Graviano - in un bar di Roma vicino al Parlamento gli dissero “ tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo, ci siamo messi l’Italia nelle nostre mani”, dice Spatuzza, “ mi fa il nome di Berlusconi, gli domando “ ma quello di Canale Cinque?” e lui mi dà conferma, poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri”. Quando poi - guardate, siamo nel gennaio del 1994- il 26 gennaio del 1994 Berlusconi va in onda con il messaggio videoregistrato, dove annuncia la sua discesa in campo, “ quando li vedo scendere in politica partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui abbiamo puntato tutto” e allora Giuseppe Graviano gli dice “ l’accordo è definitivamente preso, ritengo di poter escludere - dice Spatuzza - categoricamente, conoscendoli assai bene, che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci personalmente parlato”, questo è quello che dice Spatuzza, aggiungendo due cose. La prima cosa riguarda i soldi di Berlusconi: “ i soldi di Berlusconi”, dice Spatuzza, “ provenivano anche da Cosa Nostra” e lui si riferisce a investimenti piuttosto recenti rispetto alle stragi, cioè dei primi anni 90, che i Graviano avrebbero fatto a Milano e in Sardegna, infatti i Graviano nel 1993 spariscono da Palermo, nessuno sa più dove sono andati e poi si scopre che stanno stabilmente a Milano e d’estate, mentre scoppiano le bombe, stanno Costa Smeralda, a poche centinaia di metri da una certa villa di un certo attuale Presidente del Consiglio. In quel periodo Spatuzza sostiene che i Graviano avevano investito dei soldi dentro le aziende del Cavaliere, tant’è che dice “ seguivano la borsa, parlavano della Fininvest come fosse roba loro, come se fossero soldi loro”, questo dice Spatuzza. E poi dice un’altra cosa: dice che tre anni fa.. anzi, scusate, due anni fa i Graviano, con i quali lui parlò in carcere, perché erano tutti in galera in quanto furono arrestati il giorno dopo della discesa in campo di Berlusconi, il 27 gennaio a Milano, rimangono in galera quindici anni e, dopo quattordici anni di galera, dicono a Gaspare Spatuzza “ qui o cambiano le cose, o arriva qualcosa per noi, oppure dobbiamo andare a parlare con i magistrati”. Capite che questa è una frase abbastanza interessante: perché? Perché in quella frase ci si dice che i Graviano stavano aspettando un qualche favore per alleviare le loro condizioni di carcerati in isolamento al 41 bis e che, se non si fossero risolte le loro faccende, avrebbero dovuto andare a parlare con i magistrati. Poi quello che succede lo sappiamo: a parlare con i magistrati ci va Spatuzza e, dietro di lui, arrivano altri tre membri della famiglia Graviano, cioè oggi abbiamo tutto il vertice del clan Graviano che collabora con i magistrati, tranne i capi supremi, cioè i fratelli Graviano, Filippo e Giuseppe Graviano. Abbiamo Gaspare Spatuzza, il quale dice appunto che, nel gennaio del 94, c’era stato l’accordo con Berlusconi e Dell’Utri e quindi non c’era più bisogno di fare il famoso attentato allo Stadio Olimpico, che avrebbe dovuto uccidere almeno cento Carabinieri, c’è Pietro Romeo, il quale dice “ sì, è vero, risulta anche a me quello che dice Spatuzza, perché quando un giorno stavamo parlando di armi e altri argomenti seri e fu chiesto a Spatuzza se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi, Spatuzza rispose Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis”, poi c’è Salvatore Grigoli, l’assassino di Don Puglisi, uno dei killer prediletti della cosca dei Graviano, il quale dice “ dalle informazioni datemi, le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti, Dell’Utri è il nome da me conosciuto quale contatto politico dei Graviano. Quello di Dell’Utri per me in quel momento era un nome conosciuto, ma neanche particolarmente importante. Quello che è certo è che me ne parlarono come del nostro contatto politico”. E poi l’ultimo membro dei Graviano che parla è Giuseppe Ciarramitaro: anzi, aveva già parlato prima di tutti gli altri, nel 96 e aveva detto più genericamente che “l’attacco allo Stato aveva degli obiettivi che venivano indicati da un politico e che, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe interessato a fare abolire il 41 bis. Quando Berlusconi divenne Presidente del Consiglio per la prima volta nell’organizzazione erano tutti contenti, perché si stava muovendo nel senso desiderato e si disse, in ambito di Cosa Nostra, che la proroga del 41 bis era una finta, in modo da eliminarlo definitivamente”.

Guardate, ci sono addirittura i boss irriducibili del clan Graviano che accettano di parlare con i giudici, anche se non sono pentiti: il mafioso non accetta, oppure non parla, invece questi accettano di parlare, come un certo Tutino e un certo.. anzi, il famoso, famigerato Lo Nigro. Quando Spatuzza viene messo a confronto con Lo Nigro quest’ultimo, invece di dirgli “ infame, crasto”, come dicono i mafiosi ai pentiti, invece di fargli sparare alla famiglia gli dice “ io ti rispetto” e è la stessa cosa che dicono Filippo e Giuseppe Graviano, che non smentiscono mai recisamente quello che dice Spatuzza, anzi gli dicono che lo rispettano. Sembra quasi che i Graviano abbiano mandato avanti i picciotti, Spatuzza e gli altri picciotti della cosca, per raccontare le prime cose e che loro si tengano defilati perché stanno ancora sperando che questo governo faccia qualcosa per loro, visto che da anni stanno dicendo “ o fanno qualcosa per noi, o andiamo anche noi a parlare” e naturalmente, se andassero anche loro a parlare con i magistrati, evidentemente non si tratterebbe più di cose che hanno appreso da altri, de relata, ma si tratterebbe di cose che hanno fatto personalmente e potrebbero anche avere in mano qualche cartuccia, qualche carta, tant’è che Spatuzza dice che i Graviano “ hanno il jolly in mano”, perché il jolly sarebbero quei famosi investimenti nelle società di Berlusconi. Naturalmente questo aspetto dei soldi e delle capitalizzazioni e dei finanziamenti alle società berlusconiane è un aspetto avevamo già affrontato, ovviamente avevamo fatto il libro, “ L’Odore dei Soldi”, che è stato anche ripubblicato recentemente e quindi troverete molti passaggi che qualche giornalista dell’ultima ora copia, senza neanche citare la fonte, insomma molte cose le sapevamo e le avevamo già dette in tempi non sospetti.

Cosa spaventa davvero Berlusconi
La cosa è interessante è quello che sta succedendo a Palermo e che ha raccontato Peter Gomez su Il Fatto Quotidiano: Don Vito e il consulente; io credo che, più che Spatuzza, a preoccupare il Cavaliere sia questo fronte, perché? Perché il figlio di Ciancimino sta portando in Italia le carte del padre, che erano nascoste in cassette di sicurezza in qualche paradiso fiscale e, nelle carte del padre, ci sono anche le bozze di un libro che il padre, quando è morto, stava scrivendo e lì, scrive Gomez - e mi fido di Peter Gomez- insieme a Marco Lillo “ ci sarebbero elementi documentali sul ruolo che svolse negli anni 70 e 80 Ciancimino per portare capitali mafiosi dentro queste società di Milano o di Milano 2, Pancarasini, famiglie Buscemi, Bonura, Teresi, Bontate” e stiamo parlando dei famosi capitali di misteriosa origine, le famose valigie di contanti che andavano a ricapitalizzare certe società della finanziaria d’investimento Fininvest Srl. Se fosse vero che arrivano carte su quei soldi, è evidente che verrebbe riaperta a Palermo l’indagine per mafia e riciclaggio che era stata aperta a suo tempo non solo su Dell’Utri, ma anche su Berlusconi, che poi era stata archiviata, cioè congelata in attesa di elementi nuovi.

Sono elementi nuovi diretti documentali, quelli che può portare il figlio di Ciancimino, che sono in grado di fare riaprire quell’indagine e, se gli elementi fossero sostanziosi, potrebbero portare anche a un processo per quell’origine dei capitali, se quell’origine fosse finalmente nota, carte alla mano. Mentre invece per il momento Berlusconi, è chiaro, sarà probabilmente iscritto nel registro degli indagati anche per le indagini sulle stragi, se già non lo è, a Firenze come a Caltanissetta, ma non è quello il fronte dal quale gli possono derivare dei guai giudiziari seri, perché finora abbiamo molti mafiosi che parlano, ma tutti de relata: finché non collaborano i fratelli Graviano e non danno eventualmente qualche elemento oggettivo diretto o personale, su quel fronte lì il Cavaliere processi non ne avrà, riapriranno le indagini e poi i magistrati saranno costretti a archiviarle un’altra volta, mentre invece il fronte caldo è quello delle origini delle fortune di Berlusconi. Sono quei famosi capitali che il Cavaliere è talmente sicuro di aver messo lui che, quando i magistrati gli hanno chiesto chi gli avesse dato quei soldi, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Passate parola, continuate a leggere Il Fatto Quotidiano perché, anche questa settimana, ci saranno grosse novità su questi fronti e sabato non dimenticatevi la manifestazione a Roma, il No B. Day. Buona settimana, grazie.

NOSTRO COMMENTO: Condividiamo il pensiero di Marco Travaglio.-

Di Ferdy - Pubblicato in : Mafia
Scrivi un commento - Vedi i 0 commenti - Segnala
Domenica 29 novembre 2009 7 29 /11 /2009 15:18

Mandiamo in onda  stralcio del video  tratto dalla trasmissione Annozero (Rai due) in onda l’ 8 ottobre 2009 che tratta della verità sulle stragi.


 

Di Ferdy - Pubblicato in : Mafia
Scrivi un commento - Vedi i 0 commenti - Segnala

Presentazione

Testo Libero

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog
Registra il tuo sito nei motori di ricerca

Contatori

Visite dal 30 ottobre 2009

Web stats powered by www.ninestats.com

Online oggi....



FLAG counter

free counters

Crea un Blog

Commenti recenti

I miei video sulla Mafia



Syndication

  • Flusso RSS degli articoli
Crea un blog su OverBlog - Contatti - C.G.U - Segnala abusi - Articoli più commentati